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Il "caro-asili" del nuovo millennio.©

 

Sei tra i privilegiati che, con uno stipendio quantomeno dignitoso, può cominciare a pensare di formare una famiglia? Bene. E’ il primo passo per scrollarti di dosso la fama che vede, nelle nuove generazioni, coloro che non vogliono abbandonare la casa paterna perché “vi stanno troppo comodi”! Ma una volta centrato l’obiettivo nuovi problemi si affacciano all’orizzonte: bisogna far quadrare i conti del bilancio familiare.

(Fonte: www.sambenedettoggi.it).

Dunque mutuo, scadenze mensili, spesa e magari uno stipendio mensile che raggiunge appena i mille euro. E come fare se da due si passa a tre e magari a quattro? Se oltre alle spese di pannolini, omogeneizzati e vestitini bisogna calcolare anche quelli degli asili nido? Siano essi privati o comunali il peso dei costi degli asili nido sull’economia familiare degli italiani continua a lievitare. Non è una novità ma un problema da sempre, cavalcato puntualmente dalla classe politica nostrana, magari in prossimità delle elezioni, ma mai realmente risolto. A dimostrarlo, ancora una volta, è l’ultima indagine condotta in merito al caro rette e alle liste d’attesa da Cittadinanzaattiva, un movimento di partecipazione civica, che opera in Italia e in Europa, per la promozione e la tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori e riconosciuto, presso il Ministero dello Sviluppo e dell’Economia, come associazione dei consumatori. 297 € al mese che, considerando dieci mesi di fruizione del servizio, incidono sulla spesa familiare con una cifra di 3000 € annua, è il dato di partenza della suddetta indagine. A guardare bene tra difficoltà di accesso e alti costi il nostro paese presenta una mappa assai variegata dei prezzi per gli asili nido comunali. Disparità economiche non solo tra regione a regione, ma tra province della stessa regione che hanno dell’incredibile. La spesa mensile media per il tempo pieno può avere costi anche tre volte superiori rispetto ad un'altra provincia, e doppi tra province nell'ambito di una stessa regione. Il dato reale che emerge dai numeri pubblicati è la netta discrepanza esistente tra le concrete esigenze delle famiglie e gli effettivi servizi offerti. Cittadinanzattiva ha considerato una famiglia tipo dal reddito lordo annuo di 44.200 € e relativo Isee di 19.000 €. Ad esempio, a Lecco la spesa per la retta mensile è di 572 €, più del triplo rispetto a Cosenza (110 €) o Roma (146 €) e più che doppia rispetto a Milano (232 €). E ancora, in Liguria la retta più economica, in vigore a Savona (279 € al mese per il tempo pieno) supera la più cara in Umbria (registrata a Perugia e pari a 271 €, sempre per il tempo pieno). Preoccupa l’incremento medio delle tariffe: +1,4% rispetto al 2007/08, in linea con l’anno prima (+1,8%), dopo che nel 2006/07 si era registrato un +0,7% rispetto al 2005/06. In particolare, nel 2008/09, ben 34 città hanno ritoccato all’insù le rette di frequenza, e 7 capoluoghi registrano incrementi a due cifre: Oristano (+51%), Ragusa (+29%), Catania (+20%), Viterbo (+18%), Trapani (+17%), Salerno (+14%), Pistoia (+11%). Rispetto ad un anno fa, gli aumenti medi principali si registrano al Sud (+3,2%) e al Centro (+2,7), a conferma di una preoccupante tendenza da parte delle città del Centro-Sud ad uniformarsi ai valori delle tariffe del Nord Italia. La Calabria è la regione più economica (120 €), la Lombardia la più costosa (402 €). Nella top ten delle 10 città più care, tra quelle che offrono il servizio a tempo pieno, si confermano, rispetto al 2007/08 Lecco, Belluno, Bergamo, Mantova, Sondrio, Treviso, Cuneo, Pordenone e Vicenza, mentre Udine subentra a Varese. Nella graduatoria delle 10 città meno care, prevalgono le realtà del Centro-Sud. In assoluto, la città più economica risulta Cosenza, seguita da Roma, Chieti e Reggio Calabria.

(Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi&tariffe, 2010).

Dall’analisi dei dati pervenuti dal Ministero degli Interni e relativi al 2007, emerge che il numero degli asili nido comunali sia cresciuto solo del 2,4% rispetto al 2006 (nel 2006 l’incremento fu del 3,3% rispetto al 2005): in media il 25% dei richiedenti rimane in lista d’attesa, un anno fa erano il 23%. La percentuale sale al 27% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia. Il poco edificante record va alla Campania con il 42% delle famiglie in lista di attesa, seguita da Lazio (36%) e Umbria (35%). La differenza tra il Nord e il Sud del Paese non si limita solo ai costi, ma riguarda anche il numero di nidi sul territorio: sempre secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno, aggiornati al 2007, la regione che emerge per il più elevato numero di nidi è la Lombardia con 627 strutture pubbliche e circa 25.000 posti disponibili, seguita da Emilia Romagna (538 nidi e 23.300 posti) e Toscana (399 nidi e poco più di 14mila posti), ultima il Molise con soli sei asili per 272 posti disponibili. A livello nazionale, a più di trent’anni dalla legge 1044/1971 che istituì gli asili nido comunali, se ne contano 3.184, (a fronte dei 3.800 asili pubblici previsti già per il 1976), un numero insufficiente benché in crescita (+2,4%) rispetto al 2006. Di essi, il 43% è concentrato nei capoluoghi, per complessivi 130 mila posti disponibili (il 48% presso città capoluogo). Il servizio di asilo nido pubblico è presente solo nel 17% dei comuni italiani; nel loro insieme il 59% è concentrato nelle regioni settentrionali, il 27% al Centro e solo il restante 14% al Sud. Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio è del 5,8% (percentuale che sale al 10% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia) con un massimo del 14,6% in Emilia Romagna ed un minimo dell’1% in Calabria e Campania. Questo dato conferma non solo quanto l’Italia sia lontana dall’obiettivo comunitario che fissa al 33% la copertura del servizio, ma anche dal resto dei Paesi europei: Danimarca, Svezia e Irlanda si contraddistinguono per il più alto tasso di diffusione dei servizi per la prima infanzia (con una copertura del 40% dei bambini di età inferiore ai tre anni), seguiti da Finlandia, Paesi Bassi e Francia (con una copertura del 30%).

(Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi&tariffe, 2010).

E se la lista è troppo lunga per accedere al servizio degli asili comunali del nostro paese non resta, tasche permettendo, che affidarsi agli asili privati. E le tariffe dei privati non appaiono poi tanto rassicuranti. Il prezzo standard (il più basso per intenderci) è di un mensile di circa 500 € per il tempo pieno, e una media di 300 € per la mezza giornata. A ciò è necessario aggiungere circa 100 € per la quota di iscrizione e tutti quei costi vari ed eventuali che variano da struttura a struttura, da città a città a seconda della politica dell’asilo. Quindi oltre alla scelta tra il tempo pieno e il tempo parziale saranno da tener presente i costi di pranzo, merenda, spuntino o pannolini che potrebbero rientrare o no nella tariffa della retta mensile. Se gli stipendi di una coppia non dovessero riuscire a coprire i costi di un asilo nido, sia esso comunale o privato, la baby sitter potrebbe essere una soluzione, ma anche una persona fidata ha i suoi costi. E allora? I nonni, un’inesauribile risorsa per la cura dei bambini. Ma se non fossero disponibili? A quel punto c’è la mamma, naturalmente. Per una donna non sarà un peso occuparsi dei propri figli, ma vien da sé che il prezzo da pagare, nel tempo, sarà alto anche in termini puramente economici. Inevitabile, a questo punto, la correlazione tra il tasso dell’occupazione femminile e la presenza, sul territorio, di strutture per la prima infanzia adeguate ed economicamente accessibili. In tal senso l’Italia palesa, anche in questo campo, il suo conclamato ritardo rispetto agli altri paesi europei. Gli obiettivi italiani del Consiglio di Lisbona del 2000 prefissati, per il 2010, prevedevano il raggiungimento di un tasso occupazionale totale del 70% e del 60% per l’occupazione femminile. Ad oggi siamo in ritardo di circa dodici punti percentuali rispetto alla media del resto dell’Europa, presentando un tasso di occupazione femminile superiore solo a Malta.
Dati alla mano, il quadro che ne scaturisce non è particolarmente incoraggiante. L’inesistenza di politiche familiari concrete e adeguate pesano economicamente sulle giovani coppie e sulle donne in particolare. In una società ancora palesemente maschilista, dove l’essere donna diventa un problema ancora prima di essere assunta per il timore di una possibile maternità, successivamente alla scelta di avere un figlio bisogna fare i conti con ulteriori problematiche e magari pagare, e non solo in termini economici, un prezzo ancora una volta troppo alto. E allora quale parità? E quale tutela di diritti? Il nostro paese è per le persone “normali”, purtroppo, ancora ben lontano da queste cose.

© Riproduzione riservata (15 marzo 2010)


 


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