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Grecia: un dissesto finanziario annunciato.©

 

La Grecia ha pagato gli effetti della crisi internazionale risentendo contemporaneamente del rallentamento delle riforme strutturali che hanno avuto effetti negativi sui principali macro-economici (Pil, deficit, debito, disoccupazione).
La Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione per deficit eccessivo ad aprile 2009, suggerendo: consolidamento fiscale e miglioramento della qualità della spesa pubblica; sostegno alla competitività; maggiore efficienza della pubblica amministrazione; riforma del sistema sanitario e di quello pensionistico. Ma, a dicembre 2009, si scopre che il disavanzo del bilancio era andato ben oltre quanto Atene aveva dichiarato. La Grecia aveva mascherato lo stato effettivo dei conti pubblici effettuando delle precise operazioni finanziarie. Risultato? Mostrare un deficit inferiore al previsto e un indebitamento invariato. Era il 2001 quando Atene per coprire un deficit pubblico che aveva già superato la soglia del 3% ammessa dall’Unione Europea, aveva concluso una serie di operazioni finanziarie del valore di diversi miliardi di euro con la Goldman Sachs e la JP Morgan. Era quindi già entrata nella Comunità Europea truccando le carte, con un deficit del 4% dal 2001 al 2003, e un parametro quindi superiore a quello previsto da Maastricht.

Il primo ministro greco George Papandreou.

(Fonte: Wikimedia Commons).

Oggi, nonostante il tentativo di camuffare il disastroso stato delle finanze pubbliche, il deficit di bilancio si è assestato intorno al 13% del Pil, mentre il debito ha raggiunto il 120%. Invece di aumentare il proprio indebitamento emettendo titoli di stato, la Grecia, secondo il New York Times, avrebbe concluso alcuni currency swap. Due le operazioni condotte: l’una definita Arianna, con cui Atene avrebbe ceduto i ricavi futuri delle lotterie nazionali, l’altra, ribattezzata Eolo, che avrebbe consentito la cessione delle tasse di atterraggio aeroportuali, in questo modo sarebbero stati ceduti i diritti futuri di atterraggio versati dalle compagnie aeree agli aeroporti del paese. Entrambe le operazioni hanno consentito un ritorno immediato in termini di denaro. In questo modo Atene ha potuto ridurre il deficit che, altrimenti, sarebbe quantomeno rimasto invariato, senza elevare l’indebitamento: le operazioni sono state, infatti, classificate come semplici vendite. In questo modo il paese pare si sarebbe peraltro impegnato a versare risorse alle due banche americane fino al 2019. Altri contratti sarebbero stati conclusi nel 2005 attraverso un interest rate swap tra Goldman Sachs e la Banca nazionale, e nel 2008, con uno swap con una società veicolo, la Titlos, in un’operazione che, secondo le previsioni, imporrà a lungo perdite alla Grecia. La linea di difesa della Grecia, rispetto alla propria condotta, si basa sul fatto che, fino al 2001, tali operazioni non erano vietate, ma strumenti legali utilizzati anche da altri paesi. E’, infatti, a decorrere dal 2002 che l’Eurostat impone di considerare questo tipo di operazioni come debito. Alla luce di quanto avvenuto e del terremoto finanziario ellenico l’impegno preso da Atene nei confronti della Comunità Europea, peraltro chiamata ad intervenire in soccorso del paese come garante, prevede la riduzione per quest’anno di 4 punti del deficit, per portarlo, da qui al 2012 dal 12,7% al 2,8%. Il governo di Papandreou sarà poi chiamato a metà marzo a presentare un primo rapporto sullo stato di attuazione del piano di risanamento. E, eventualmente, ad adottare nuove misure d’intervento. Così, per far fronte a questo impegno, Atene si è fatta portavoce di una serie di annunci e promesse che si sono tradotti in un piano di austerità volto a sanare i conti pubblici. Il suddetto piano, varato dal governo, ha immediatamente provocato le reazioni indignate del partito comunista (Kke), dei sindacati e di tutti coloro che ritenevano la strategia d’intervento anti deficit fortemente penalizzante per i lavoratori. Dissenso immediatamente concretizzatosi in una serie di dimostrazioni di protesta, culminato poi nello sciopero generale del 24 febbraio, cui, secondo i dati della polizia, hanno partecipato circa 30.000 manifestanti. Un corteo che ha sfilato lungo le strade della capitale e di Salonicco a cui si è aggiunta la schiera di manifestanti del partito comunista, che ha sfilato separatamente. Due cortei ma un coro unanime alzatosi contro le privatizzazioni, la riforma delle pensioni e il congelamento degli stipendi pubblici. Per fare fronte al terremoto finanziario il governo aveva, infatti, annunciato tagli del 10% sulla spesa, la chiusura degli uffici turistici all’estero, la soppressione dei bonus per i managers delle banche pubbliche e la tassazione al 90% di quelli delle banche private; un incremento del prelievo sui capital gain e limiti alle assunzioni nella pubblica amministrazione. Interventi cui andrebbero a sommarsi il taglio degli stipendi pubblici del 5,5%; l’imposta sui redditi personali più alti (40%) che sarà applicata non più ai 75.000 euro, ma ai 60.000; l’età media di pensionamento sarà elevata dai 61 anni ai 63; lo scudo fiscale sui patrimoni all’estero con sanzione del 5%; una manovra di privatizzazioni per 2,5 miliardi di euro; la riforma fiscale e la lotta all’evasione.

Deficit e debito pubblico dichiarati dal governo greco, in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo, dal 2001 al 2008. (Fonte: epp.eurostat.ec.europa.eu).

Insomma una serie di interventi che avranno il compito di abbattere il deficit e riportare in corsa lo stato greco. Un’impresa definita ciclopica per uno stato non propriamente efficiente, una società non disciplinata e un’amministrazione pubblica che, ad ogni livello, risente del fattore corruzione. L’Unione Europea, dal canto suo, si è impegnata a fornire la piena disponibilità alla Grecia, per sostenere la sua manovra di risanamento in quanto membro della Comunità. Se la Grecia di Papandreou non dovesse riuscire, entro il 2012, a far rientrare il deficit dei dieci punti di previsione, a quel punto toccherà all’Europa decidere cosa fare ed eventualmente stabilire se lasciar fallire Atene o pagare, anche se sottoforma di prestito, i debiti contratti dagli ellenici. Eppure è ragionevolmente difficile pensare ad un’eventuale defezione, l’insolvenza greca danneggerebbe alquanto le grandi banche occidentali. Francia, Italia e Germania detengono parte del debito estero greco, il 40% è solo tedesco. In caso di default della Grecia l’impatto diretto sarebbe sui suoi creditori. E’ presumibile che l’esposizione diretta dei risparmiatori europei verso lo stato ellenico sia contenuto, diverso e più preoccupante l’esposizione del sistema bancario degli altri stati dell’Unione non solo verso lo Stato ma anche verso il suo sistema bancario. Se i titoli di stato greci perdessero valore, ciò potrebbe avere conseguenze devastanti per le banche greche che detengono quei titoli e che li utilizzano come garanzie per accedere a prestiti presso la Banca centrale europea. E la crisi del sistema bancario greco potrebbe avere ripercussioni sul sistema europeo, appena uscito da una lunga crisi di liquidità ma, ancora fragile a causa della recessione in corso. L’insolvenza della Grecia, in assenza di un salvataggio, creerebbe un precedente e un effetto indiretto sugli altri paesi debitori dell’eurozona. L’effetto più prevedibile, secondo gli esperti, sarebbe un aumento del costo del debito per i paesi più fragili, aggravando ulteriormente gli squilibri dei loro conti pubblici.

Lavoratori in piazza in Grecia per lo sciopero generale del 24 febbraio. (Fonte: www.corriere.it).

Devono quindi intervenire gli altri paesi per salvare la Grecia? Dovranno presumibilmente farlo per evitare il contagio degli altri paesi dell’area e la perdita di reputazione degli altri paesi debitori, tali da costringere gli altri paesi dell’euro a maggiori e più costosi interventi futuri per salvare l’Unione. Inoltre, se i paesi europei e la Banca Centrale Europea intervengono in soccorso della Grecia, possono farlo negoziando un processo di consolidamento fiscale, intervento che sarebbe impossibile attuare se fosse lasciata fallire. Se, quanto a debito e deficit di bilancio, la bandiera nera è stata assegnata alla Grecia, il Wall Street Journal, lo scorso dicembre, ha individuato in altri paesi dell’Unione le stesse caratteristiche. Sono i cosiddetti “piigs”, termine spregiativo che deriva dal sostantivo inglese “pigs”, maiali, e che è acronimo di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Il giornale riferiva che gli hedge funds stanno acquisendo una serie di credit default swaps, derivati che funzionano come assicurazioni contro la bancarotta dei piigs, nella speranza di venderli con ingenti guadagni per il 2010 quando, a loro giudizio, le difficoltà dei cinque paesi cresceranno. Una problematica, dunque quella della Grecia che, con le dovute accezioni (l’Italia sembrerebbe la più fortunata in tal senso e nella posizione relativamente migliore) potrebbe interessare anche altri paesi. E a quel punto ci sarebbe da chiedersi cosa succederà.

© Riproduzione riservata (15 marzo 2010)


 


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