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L'Italia a rischio catastrofi.©

 

"L'acqua disfa li monti e riempie le valli e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse” così scriveva il genio di Leonardo da Vinci nel XVI secolo. Una verità quanto mai attuale per un’Italia che, negli ultimi anni, continua a pagare un alto prezzo in termini di danni materiali e, ineluttabilmente, di vite umane a causa del dissesto idrogeologico. Nel nostro paese il rischio idrogeologico è diffuso in modo capillare e si presenta in modo differente a seconda dell’assetto geomorfologico del territorio: frane, esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo le conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura. Le recenti tragedie di Ischia e Messina hanno riaperto il dibattito e messo nuovamente in luce l’esigenza di assicurare un piano di riassetto idrogeologico con il quale assicurare una rinnovata cultura del suolo e del suo utilizzo, scegliendo come prioritaria la sicurezza del cittadino e mettendo fine agli attuali usi speculativi e abusivi del territorio. Gli episodi più recenti testimoniano la fragilità del territorio nazionale e l’urgenza di risolvere una problematica che si acuisce drammaticamente. Se da un lato non si può impedire alla natura di fare il suo corso, il nostro paese è, infatti, un territorio dalla conformazione geologica e geomorfologica fortemente predisposta a frane e alluvioni, dall’altro è unanimemente riconosciuta la responsabilità umana nell’aumento di tali fenomeni.

Una immagine della devastazione conseguente all'alluvione di Messina del 1 ottobre 2009.
(Fonte: fidest.wordpress.com).

L’abusivismo edilizio, l’estrazione illegale di inerti e la cementificazione incontrollata hanno contribuito e contribuiscono tuttora in modo determinante a compromettere l’assetto idrogeologico del territorio. Il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente, l’apertura di cave di prestito, l’occupazione di zone di pertinenza fluviale, l’estrazione incontrollata di fluidi (acqua e gas) dal sottosuolo sono solo alcuni dei fattori che rischiano di mortificare ulteriormente il territorio italiano in caso di calamità naturale. Anche le conseguenze dei cambiamenti climatici cominciano ad apparire tangibili sul nostro territorio, basti pensare alle piogge che sono arrivate a toccare i 200 millimetri in un solo giorno; un dato preoccupante se consideriamo che la media annuale italiana, nelle zone di pianura, è di 800/1000 millimetri. Piogge che si alternano a periodi di siccità.

Il sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso.

L’indagine realizzata nell’ambito di “Operazione Fiumi 2009” campagna nazionale di monitoraggio, prevenzione e informazione per l’adattamento ai mutamenti climatici e la mitigazione del rischio idrogeologico di Legambiente e del Dipartimento della Protezione Civile presentata lo scorso dicembre ha rilevato come le conseguenze sono maggiormente rilevanti in quei territori dove, negli ultimi decenni, l’annunciata minaccia si è tramutata in rischio concreto; rischio che, per definizione, nasce dalla combinazione di tre diversi fattori: la pericolosità, il valore esposto (abitazioni, strutture, popolazione) e la vulnerabilità (dei beni esposti). Basti ricordare, a questo proposito, l’evento del luglio 2006 a Vibo Valentia, dove in poche ore sono caduti oltre 200 mm di pioggia causando lo straripamento di molti corsi d’acqua, ingenti danni e ancora una volta alcune vittime. Situazione replicatasi lo scorso febbraio quando il comune di Maierato è stato completamente evacuato a causa delle forti precipitazioni. Oppure a Villagrande in Sardegna nel 2004, dove sono caduti 500 mm in 24 ore, e gli ultimi tragici eventi che tra ottobre e inizio novembre 2009 hanno sconvolto le popolazioni e i territori di Messina e Ischia. In tutti questi casi, la cattiva gestione del territorio, l’urbanizzazione intensa e incontrollata dei versanti, hanno causato un’amplificazione dei rischi legati alle calamità naturali. Il processo di antropizzazione, soprattutto delle aree limitrofe ai fiumi, aumenta e non accenna a intraprendere un’inversione di tendenza, così come marginali sono le politiche di intervento tese a rendere il territorio più sicuro. Il rischio frane e alluvioni interessa tutto il territorio nazionale. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e dall’UPI (Unione delle Province Italiane) ben 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, il 70% del totale dei comuni italiani. Di questi 1.700 a rischio frana, 1.285 a rischio di alluvione e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione. Il nostro territorio è reso ancora più fragile dall’abusivismo, dal disboscamento dei versanti e dall’urbanizzazione irrazionale. Sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta le regioni con la più alta percentuale di comuni classificati a rischio (il 100% del totale), subito seguite dalle Marche (99%) e dalla Toscana (98%).

Comuni a rischio idrogeologico in italia: percentuali regione per regione.

(Fonte: ECOSISTEMA RISCHIO 2009, Legambiente).

A sottolinearlo è l’indagine “Operazione Fiumi 2009”. Sebbene in molte regioni la percentuale di comuni interessati dal fenomeno possa apparire ridotta, la dimensione del rischio è comunque preoccupante. In Sardegna e in Puglia, ad esempio, nonostante la percentuale dei comuni a rischio sia tra le più basse d’Italia, le frane e le alluvioni degli ultimi anni hanno provocato vittime e ingenti danni, come dimostrano gli eventi tragici che hanno colpito la provincia di Cagliari nell’ottobre del 2008. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e dell’UPI a prescindere dai piccoli comuni anche molte città italiane sono considerate a rischio idrogeologico. Tra le amministrazioni comunali italiane considerate a più alto rischio il 31% di esse si è prestata alla compilazione di un questionario per la recente indagine conoscitiva condotta da Legambiente e dalla Protezione Civile. Il 79% dei comuni intervistati presenterebbero abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frane, nel 25% dei casi si parla di interi quartieri, per il 55% vi sarebbero insediamenti industriali che, in caso di calamità, oltre a rappresentare un pericolo per le vite umane potrebbero rappresentare un serio rischio ambientale nel caso di sversamenti industriali nelle acque e nei terreni. Di tali amministrazioni solo il 7% ha intrapreso un’opera di delocalizzazione delle aree e delle abitazioni a rischio, solo il 3% quella degli insediamenti industriali, mentre il 36% di essi non svolge una regolare manutenzione delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica. Sono a nord i due comuni che hanno conseguito il primato nazionale di “Ecosistema rischio 2009” per la prevenzione delle frane e delle alluvioni: Canischio (TO) e Palazzolo sull’Oglio (BS). Bandiera nera per la presenza di forte urbanizzazione nelle zone a rischio frane e alluvioni, nonché dell’assenza di una politica preventiva ad Acquaro (VV), San Ferdinando (RC), Oppido Mamertina (RC) in Calabria; Altavilla Silentina (SA), Polla (SA), Quarto (NA) in Campania; e Vejano (VT) nel Lazio. Uno stato di cose che, associato agli eventi dello scorso inverno, dimostrano come l’Italia in generale risponda ancora a una politica speculativa non in grado di svolgere un’adeguata azione di prevenzione e pianificazione dell’emergenza. Frane e alluvioni sono solo alcune delle conseguenze del dissesto idrogeologico a cui si associano problematiche quali l’erosione costiera e le mareggiate, le subsidenze (l’abbassamento del suolo) e gli sprofondamenti, le valanghe e le crisi idriche. Incontrollate colate di cemento hanno segnato a tal punto il nostro territorio che basta qualche goccia in più perché il paese sia costretto a pagare un prezzo tanto alto da sacrificare non solo strutture ma tante vite umane.

© Riproduzione riservata (15 aprile 2010)


 


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