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I problemi della ricostruzione ad Haiti.©

 

Le immagini dei luoghi del disastro e la diffusione, spesso incontrollata, dei numeri delle vittime e dei minori rimasti soli hanno fatto il giro del mondo. L’emergenza Haiti ha monopolizzato il sistema “informazione”. Per giorni le cronache strazianti del terremoto sono rimbalzate tristemente ai nostri occhi e alle nostre orecchie con un ritmo incessante, togliendoci il respiro. A tre mesi da quella scossa che con i suoi 7.0 gradi della scala Richter, ha devastato un paese che già versava in condizioni socio - economiche disastrose, ci chiediamo cosa stia succedendo oggi nel Mar dei Caraibi. I riflettori si sono spenti per riaccendersi sulla nuova emergenza in Cile dove il terremoto ha raggiunto una magnitudo di 8.8 della scala Richter, un’altra tragedia di enormi proporzioni. Ma l’emergenza Haiti è ancora lì e mentre, come da previsioni, il suo nome comincia ad entrare nel cono d’ombra dell’informazione radiotelevisiva l’emergenza non si esaurisce. Ci vorrà ancora tanto impegno e tanto lavoro perché il grido d’aiuto della sua gente possa mitigarsi e trovare sollievo.

Mappa d'intensità del sisma pubblicata dallo United States Geological Survey. La zona rossa identifica l'intensità della scossa a più alto potere distruttivo. (Fonte: it.wikipedia.org).

Haiti è il paese più povero e più densamente popolato del continente americano e dell’intero emisfero occidentale, l’UNDP (United Nations Development Progam) lo aveva collocato al 149° posto su 182 Stati nell’Indice dello Sviluppo Umano 2009. Il Pil pro capite ad Haiti è di 699 dollari e nel periodo tra il 1990 e il 2007 è diminuito del 2,1% all’anno. Il 72% degli Haitiani vive con meno di due dollari al giorno e la loro attesa di vita alla nascita è di 55 anni. Il paese ha alle spalle una storia costellata da tragedie naturali e violenze politiche che hanno contribuito al decorso di una serie di problematiche: l’Aids al 7 per cento e la prostituzione infantile. Un terremoto come quello dello scorso 12 gennaio, classificato dagli esperti come il settimo più disastroso della storia recente, avrebbe provato qualsiasi paese, ma una realtà con tali premesse non poteva che essere messa in ginocchio da una calamità del genere. Le vittime del sisma sono 222.517, mentre i feriti sono circa trecentomila. Oltre un milione i senzatetto. Circa 1,5 milioni i bambini colpiti nelle zone coinvolte dal disastro, numerosi quelli sopravvissuti ai propri genitori. Conclusa la fase del salvataggio dei superstiti e dell’allestimento delle infrastrutture di prima accoglienza, le organizzazioni umanitarie internazionali sono impegnate attualmente nella gestione a medio periodo dei bisogni di un’ingente fascia di popolazione rimasta priva di tutto e spaventosamente dipendente dagli aiuti internazionali. Nell’immediato l’intervento umanitario aveva testimoniato quanto il senso di solidarietà possa non conoscere frontiere, ad oggi la necessità di garantire il flusso costante di risorse umane e, soprattutto, economiche, significa assicurare la continuità dell’assistenza sinora prestata e avviare la terza fase della crisi: la ricostruzione. Obiettivi primari al momento sono garantire l'accesso all'acqua potabile, dato che tutte le fonti di approvvigionamento sono state inquinate dal fango, ripristinare servizi igienici di emergenza, per prevenire le temute epidemie, identificare e proteggere da abusi e traffico i tanti bambini rimasti orfani o separati dai familiari nel caos della crisi. I nuovi orfani, centinaia di migliaia, si aggiungono alla lunga lista degli orfani ante terremoto. Circa il 45% della popolazione è costituita da bambini e ragazzi. A denunciare il pericolo delle adozioni illegali era già stata l’Unicef nei giorni immediatamente successivi la catastrofe, poi nuovamente qualche tempo fa è stata segnalata dal noto programma “le Iene” che aveva dimostrato quanto semplice potesse essere reperire qualcuno in grado di assicurare un bambino da fare espatriare illegalmente.

Il centro di Port-au-Prince dopo il terremoto del 12 gennaio. (Fonte: it.wikipedia.org).

Il problema dei bambini ha scosso l’opinione pubblica tanto da indurre, secondo l’Unicef, un’ondata di offerte per affidi e adozioni, ma anche forti pressioni perché venissero semplificati iter e controlli in virtù dell’eccezionalità della situazione umanitaria dell’isola caraibica. Molti i bambini ancora traumatizzati per la perdita della famiglia, mutilati o bisognosi di un sostegno psicologico. Ma l’allarme non si esaurisce con l’emergenza bambini. Si avvicina la stagione delle piogge e le possibili ripercussioni diffondono nuovi timori. Case abusive, baracche e tende da campo rischiano di essere travolte dall’acqua e dal fango. Lo scorso febbraio a Les Cayes, una località a sud-ovest dell'isola, ciò che sembrava un semplice acquazzone tropicale, destinato ad esaurirsi con qualche rovescio, si è trasformato in un’alluvione che ha travolto interi villaggi. Fiumi di fango e acqua, nonché i detriti della montagna franata, hanno sommerso Les Cayes e le sue case raggiungendo i tetti delle case, seminando terrore e nuova morte tra gli abitanti. Uno scenario apocalittico che, se la stagione delle piogge giungesse inclemente, potrebbe ripetersi nei campi degli sfollati di Port-au-Prince (l’epicentro del terremoto era stato a 25 km in direzione ovest – sud - ovest della città, capitale dello stato caraibico) e delle zone limitrofe. Molti coloro che per il timore delle forti precipitazioni hanno già lasciato la capitale per rifugiarsi sui monti. Rifuggire le piogge significa riparo dalle possibili alluvioni e contemporaneamente evitare in presenza di acqua e fango l’aumento del rischio di possibili epidemie. Una catastrofe di tali dimensioni porta con sé il senso di insicurezza costante e difficile da gestire. Il sistema di sicurezza del paese è stato fortemente minato dal dolore e dall’esasperazione degli sfollati che è sovente sfociato in razzie e saccheggi. Il piano di ricostruzione è iniziato. La ricostruzione di Haiti, dopo il devastante terremoto del 12 gennaio scorso, costerà circa 14 miliardi di dollari: è quanto ritengono i principali esperti di economia, sulla base dei progetti di ripristino, messi a punto dal governo locale e dai principali donatori. Il 17 febbraio il governo di Haiti ha avviato un esercizio di valutazione del fabbisogno in seguito alla catastrofe (Post Disaster Needs Assessment – PDNA), per determinare i bisogni a lungo termine del paese in termini di sviluppo. A questo esercizio hanno partecipato esperti dell'UE e della Commissione europea insieme al governo, alle Nazioni Unite, alla Banca mondiale e ad altri partner. Lo studio fissa a 7,9 miliardi di dollari l'entità' dei danni, pari al 120% del PIL haitiano. La somma di 11,5 miliardi di dollari indicata come necessaria per la ricostruzione, verrà destinata per il 50% al settore sociale, per il 17% alle infrastrutture e per il 15% al risanamento ambientale. La Commissione Europea ha stanziato i primi 100 milioni di euro per sostenere la campagna di ricostruzione di Haiti. L’erogazione, che avverrà nel periodo compreso tra marzo e maggio, è la prima tranche di un pacchetto che prevede una somma di 300 milioni di euro per un progetto concordato con il governo di Haiti e volto a colmare le esigenze prioritarie del paese. Questa dotazione verrà utilizzata per la ricostruzione degli edifici governativi e delle principali infrastrutture dello Stato, per fornire un sostegno di bilancio al fine di aiutare il governo a mantenere le spese fondamentali come il pagamento degli stipendi, la ricostruzione delle scuole e il rafforzamento del sistema educativo, il consolidamento delle strade principali nella zona di Port-au-Prince, nonché il rafforzamento delle strutture della protezione civile e l'assistenza tecnica. Al termine della conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a New York lo scorso 31 marzo la comunità internazionale ha promesso 5,3 miliardi di dollari nei prossimi 18 mesi e fino a 9,9 miliardi di dollari negli anni successivi. Gli Stati Uniti contribuiranno con 1,15 miliardi di dollari. Per l’attuale anno fiscale circa 50 paesi e istituzioni hanno promesso fino a 5,1 miliardi di dollari. Questi includono 1,3 miliardi dal Venezuela, 479 milioni dalla Banca Mondiale e 375 milioni dal Canada. La Francia, che controllò Haiti fino al 1804, ha impegnato 188 milioni di dollari e cancellato debiti per 75 milioni. Otto i paesi che hanno cancellato il debito contratto da Haiti nei loro confronti: Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia, Germania, Giappone, Stati Uniti e Venezuela.
Ma Port- au-Prince è purtroppo ancora un cumulo di macerie. A tre mesi dal terremoto immondizia, cattivi odori e tende improvvisate fanno ancora parte della quotidianità. In ogni angolo libero della città continuano a sorgere tende, lenzuola e teli di plastica senza una logica, senza ordine e il rispetto della sicurezza. Le strutture fatiscenti di ieri (prima del terremoto) sono le tendopoli e gli accampamenti di oggi. Pensare alla ricostruzione, quando il cumulo di macerie nasconde ancora i cadaveri delle vittime, risulta difficile. A livello medico - sanitario le carenze sono evidenti, mancano strutture, strumenti, medicine e personale specializzato. Intanto le organizzazioni che hanno lavorato all’emergenza cominciano a lasciare Haiti, e insieme a loro, anche le rappresentanze di molti Stati. Nonostante la mobilitazione internazionale abbia dato dimostrazione di quanto il senso di solidarietà possa varcare ogni frontiera ora le preoccupazioni non tramontano. Si è cercato per quanto possibile di ristabilire un minimo di “normalità”, ma ora bisogna ridare un futuro ad Haiti e al suo popolo. Il timore della gente, una volta spenti i riflettori internazionali, è di ricadere nel dimenticatoio e precipitare nella speculazione del dolore.
L’instabilità istituzionale ha avuto nell’immediato e avrà, purtroppo, un peso determinante nel ripristino di una condizione di stabilità all’interno del paese haitiano. C’è peraltro da considerare che il collasso dello Stato haitiano e il forte dispiegamento di aiuti statunitensi avranno per il paese anche un forte peso politico. Per gli States l’impianto della gigantesca macchina di soccorso significherà riprendere il controllo “del proprio giardino di casa”, annientando la politica di tentazione di Hugo Chàvez, presidente venezuelano, che da due anni vende a Renè Preval, presidente haitiano, petrolio con pagamenti a 30 anni e con Castro che da Cuba invia ad Haiti medici e strutture gratis. Alla luce di quanto detto resta da sperare che le denunce non si esauriscano, l’attenzione rimanga viva e che un futuro di concretezza venga ridato a queste persone.

© Riproduzione riservata (15 aprile 2010)


 


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