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L'Opinione -
Scivolando tra politica e scienza.©
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Per secoli hanno affascinato le migliori menti matematiche che il nostro mondo
abbia mai espresso. Protagonisti di mille notti insonni, di libri scientifici,
di libri esoterici, di storie d’amore e di rivoluzione: sono i numeri primi.
Caratterizzati da una definizione semplice, semplicissima; tanto semplice quanto
sconcertante: è primo ogni numero divisibile solo per stesso. La consapevolezza
della diversità di tali numeri forse era acquisita già nell’era paleolitica. Un
reperto archeologico datato tra il 18.000 ed il 20.000 a.c., rinvenuto a Ishango,
nei pressi del lago Edoardo vicino al confine tra l'Uganda ed il Congo già
riportava dei segni rappresentanti probabilmente i numeri primi compresi tra 10
e 20. I matematici da sempre hanno capito l’importanza che questi numeri
rivestono non solo nella teoria dei numeri e la loro intrinseca peculiarità, per
cui schiere di studiosi hanno cercato di trovare una formula, un algoritmo che
consentisse di esprimerli tutti. Nei secoli si sono avanzate le più affascinanti
congetture ad opera di insigni matematici come Fermat, Goldbach, Legendre e
Gauss. La fede che tanti di essi hanno mostrato nella convinzione che esista una
formula per ricavare tutti i numeri primi sa di qualcosa di mistico, di
religioso; eppure dopo millenni nessuno è ancora riuscito a trovarla. Possibile
che dopo tanti anni e tanti inutili tentativi si possa ancora ritenere che debba
esistere una tale formula e che tantissimi insuccessi siano dovuti solo alla
pochezza delle capacità umane? E se una tale formula non esistesse? Per i
matematici neanche a parlarne. È mirabile come l’essere umano sia mosso e
orientato nelle sue speculazioni scientifiche dalla convinzione incrollabile che
ci sia un ordine ed una legge che governa l’universo che ci circonda.
Incredibile è però la convinzione che anche il mondo dei numeri, che noi stessi
ci siamo inventati, sia retto da analoghe leggi. Questa convinzione, questa
sorta di fede unisce lo studioso al religioso. La fede incrollabile nella
causalità delle cose, che faceva dire ad Einstein che “alla base di ogni lavoro
scientifico si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il
mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso”. C’è tuttavia nell’universo
un luogo fisico dove il principio di causalità è continuamente violato e dove si
confondono i ruoli tra causa ed effetto. C’è tutta una vasta moltitudine di
persone che non hanno la fede che mostrano gli scienziati nel credere
nell’esistenza di leggi cui tutto si deve conformare e mostrano di avere una
concezione di legge completamente diversa. Questa è l’italietta che ritiene
vergognoso più che il dilagare della mafia nella società, la voce allarmata
degli intellettuali che ne riferiscono i pericoli e i danni; l’italietta che
invece di combattere l’evasione fiscale, la giustifica per l’eccessiva entità
delle tasse, l’italietta che denigra, offende e spunta le armi a chi lotta per
la giustizia, l’italietta che in generale pretende che non debbano essere i
comportamenti a conformarsi alle leggi, ma le leggi ad adattarsi ai cattivi
comportamenti. L’italietta senza dignità e senza più valori. Le sue azioni e
quindi le sue leggi non sono ispirate dall’etica o dettate dalla morale, ma nei
migliori dei casi perseguono un volgare tornaconto utilitaristico, in nome del
quale si scende a patti con evasori, delinquenti e malfattori, premiando chi ha
violato le leggi e mortificando chi le leggi le ha rispettate. La vera tragedia
di quest’italietta è la caduta inarrestabile verso la barbarie; l’atteggiamento
dilagante di accettazione e di approvazione di questo stato di cose. C’è una
grave emergenza democratica che non è avvertita o apprezzata nella sua
inquietante interezza perché lentamente ma inesorabilmente ci si sta conformando
nei costumi e nei comportamenti adattandosi al male.
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Riproduzione riservata (15
aprile 2010)
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