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Emergenza acqua.©
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Nella foto sotto, i devastanti effetti
dell'aumento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci
in Antartide, nel reportage di Orlando Bloom "Antarctica: The Global
Warning".
(Fonte: photofinish.blogosfere.it). |
L'acqua. La fonte della vita. Quella che attraversa questa vita tracciando una
linea tra il sacro e il profano, tra la vita e la morte. L’acqua. Il principio
di ogni creazione. La Genesi racconta che il mondo è stato portato in vita da un
Dio che ha creato “un firmamento in mezzo alle acque”. Un mondo generato da
acqua dolce e salata è all’origine del credo babilonese. Per gli indiani Madre
Terra fu fecondata da una goccia d’acqua mentre l’idea del diluvio universale,
proprio della cultura ebraica, greca e azteca, risale anch’essa all’archetipo
dell’acqua. Il principio e la fine, sono segnati dalla sacralità di quei due
atomi di idrogeno e uno di ossigeno che ci consentono di sopravvivere, che
guariscono, ringiovaniscono e ci assicurano la vita eterna. Il nostro corpo è
fatto di due terzi di acqua come la terra, e l’uomo tende a considerare l’acqua
come un diritto acquisito dalla nascita. Eppure il rapporto tra l’uomo e il
sistema circolatorio del mondo si annuncia fonte di complesse e inesauribili
problematiche. Il 97% dell’acqua che ricopre il nostro pianeta è salato. Il 2%
di acqua dolce esiste sotto forma di neve e ghiaccio. Il restante 1% è tutto ciò
che rimane all’essere umano. Le nostre civiltà sono state fondate lungo le coste
e i fiumi, perché è dall’acqua che abbiamo da sempre tratto la linfa vitale per
le nostre risorse, ma ad oggi il timore è quello di rimanerne senza. Dal 1950 la
disponibilità annuale pro-capite di acqua nel mondo è andata decrescendo da
16.800 metri cubi a 6.000, contrariamente alla popolazione umana che è cresciuta,
nello stesso periodo, da quasi tre miliardi a circa sei. Ogni anno sulla terra
ci sono 83 milioni di persone in più, e il fabbisogno crescerà finché non
cambieremo il modo di consumare l’acqua. Oggi oltre un miliardo di persone non
ha accesso all’acqua potabile e il 41% della popolazione mondiale (2,3 miliardi
di persone) vive attualmente lungo i bacini di fiumi sottoposti a un vero e
proprio stress idrico. La quantità d’acqua della Terra dai tempi dei dinosauri
ad oggi non sembra mutata ma i numeri delle statistiche riecheggiano allarmanti:
entro il 2025, un miliardo e ottocentomila persone saranno costretti a
fronteggiare il dilemma dell’approvvigionamento idrico. Mentre un unico comune
interrogativo abbraccia l’intero pianeta: ci sarà abbastanza acqua per un mondo
sempre più affollato?
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Spreco idrico: una falla nella rete
idrica nei pressi di Caltanissetta.
(Fonte: pdcimilena.wordpress.com). |
Alluvioni, siccità, uragani, innalzamento del mare, rottura degli argini hanno
tutti un unico comune denominatore: l’acqua. E sono tutti riconducibili a
un’unica inquietante causa: il clima e i suoi cambiamenti, di cui l’acqua è la
visibile dimostrazione. La temperatura della terra ha segnato, negli ultimi anni,
un aumento di 0,74°C, un numero apparentemente insignificante ma responsabile
dell’alterazione del regime delle precipitazioni e di conseguenza di allagamenti
per alcune regioni e di aridità per altre. Dalla Louisiana alle Filippine le
coste sono palesemente provate da tempeste di intensità inconsueta determinate
dal surriscaldamento dell’aria mentre, nelle zone aride, la stessa matrice
incrementa l’evaporazione e la siccità. Disastri ecologici dove il termine
“disastro” non sembra più avere il carattere dell’eccezionalità, perché i
fenomeni meteorologici di portata straordinaria non sono più casi isolati.
L’acqua è un bene comune frutto della generosità della Natura, una risorsa per
secoli ritenuta inesauribile, eppure l’uomo ha messo a dura prova anche lei.
Abbiamo deviato fiumi, sfruttato le falde acquifere credendo di disporre di una
fonte illimitata eppure oggi ci troviamo costretti a dover rivedere il nostro
credo e, soprattutto, le nostre abitudini perché nei paesi in cui vive metà
della popolazione mondiale il livello freatico è pericolosamente diminuito. A
pagare gli effetti dei mutamenti climatici è tutto il mondo, ma in nessun luogo
e con più urgenza ci si interroga sulle imminenti conseguenze come nella vasta
regione asiatica che attinge la propria acqua a quello che è stato definito “il
tetto del mondo” per i suoi oltre 3000 metri di altitudine. Nell’ultimo secolo,
l’Altopiano del Tibet si sta riscaldando due volte più in fretta della media
mondiale e in alcune zone anche più velocemente. Un fenomeno senza precedenti
che ha un effetto micidiale sui ghiacciai del “Terzo Polo” del mondo a causa
della sua rara combinazione di elevata altitudine e bassa latitudine che li
rende maggiormente predisposti ai mutamenti climatici. Il “Terzo Polo” è
circondato dal maggiore volume di ghiaccio fuori dalle regioni polari e alimenta
da sempre i fiumi più importanti dell’Asia che hanno sostenuto civiltà, ispirato
religioni e nutrito ecosistemi.
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Bambini alla conquista del prezioso
bene in Afghanistan.
(Fonte: www.100bimbi.it). |
Dallo Yangtze allo Huang He, dal Mekong al Gange, dal Pakistan all’India sino
alla Cina settentrionale, per oltre 5000 chilometri, quasi un terzo della
popolazione mondiale dipende da questi ghiacciai perché le zone agricole
dipendono dall’irrigazione proveniente dai fiumi. Eppure in un processo
irreversibile il 95% dei 680 ghiacciai dell’Altopiano del Tibet, costantemente
monitorati dagli scienziati cinesi, sta perdendo più ghiaccio di quanto ne
accumulano. Essi non solo si stanno ritirando ma stanno perdendo massa dalla
superficie verso il basso e se le tendenze rimangono invariate gli scienziati
prevedono uno scioglimento del 40% dei ghiacci entro il 2050. Questo
significherebbe, secondo alcuni climatologi, l’innesco di un circolo vizioso in
grado di intensificare il monsone asiatico, provocando tempeste e inondazioni
più violente in paesi come il Bangladesh e la Birmania. Più zone scure vengono
esposte allo scioglimento più luce solare viene assorbita più che riflessa, più
rapido sarà l’aumento delle temperature. Nonostante lo scioglimento dei
ghiacciai rappresenti abbondanza di acqua nel breve periodo, terreni coltivabili
più vasti e stagioni di coltura più lunghe anche se con costi più ingenti con
possibili frane e inondazioni, l’epilogo potrebbe essere lo svuotamento dei
fiumi asiatici con conseguenze devastanti per la regione. Una regione quella
tibetana in cui, al contrario, sul versante settentrionale il deserto ricopre un
sesto dell’altopiano. L’accaparramento dell’acqua già scandisce la vita
quotidiana dell’estate delle popolose città dell’India settentrionale, e ci dà
un’idea di come le conseguenze dei cambiamenti climatici e dello scioglimento
dei ghiacciai, possa diventare seriamente preoccupante per queste zone. L’India,
il Pakistan e la Cina sono già costrette a far fronte all’incremento demografico
e la conseguente necessità alimentare. Il pericolo è che nel giro di qualche
decennio il cambiamento climatico riduca di un ulteriore 5% la resa cerealicola
dell’Asia meridionale. Si parla addirittura di un possibile limite idrico che in
un prossimo futuro nazioni povere ma ricche di ghiacciai (Tagikistan,
Kirghizistan) possano imporre a nazioni inaridite ma ricche di petrolio
(Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan). L’equilibrio tra India e Pakistan
potrebbe in futuro giocarsi tanto sull’acqua quanto sulle armi nucleari, come
quello tra Cina e Indocina. Viviamo in un pianeta dove i popoli confinanti si
sono sempre scontrati per il controllo dei fiumi. Lunga la lista dei possibili
conflitti per il controllo di un corso d’acqua: l’India e il Pakistan per l’Indo,
l’Etiopia e l’Egitto per il Nilo, la Turchia e la Siria per l’Eufrate, il
Botswana e la Namibia per l’Okavango. Secondo una ricerca 37 dei conflitti
militari verificatisi dal 1950 ad oggi, ben 32 hanno avuto luogo in Medio
Oriente e 30 hanno coinvolto Israele e i paesi arabi. Di questi ultimi quasi
tutti sono stati per il controllo del Giordano e dei suoi affluenti, che
forniscono da bere, nonché acqua per usi civili e per l’agricoltura a milioni di
persone. E’, infatti, proprio il Giordano il triste protagonista di una lotta
alla sopravvivenza in una regione violenta dove ogni sponda del fiume, dalle
turbolente sorgenti sulle pendici del monte Hermon fino al Mar Morto, per oltre
300 km, reca i segni di varie guerre. Gli Stati che il fiume attraversa
punteggiano di mine le sue sponde e entrano in guerra per un banco di sabbia
perché, in questa arida regione, l’acqua è sempre stata preziosa; ma sei anni di
siccità e l’espansione demografica hanno contribuito a trasformarla in un nuovo
motivo di conflitto tra israeliani, palestinesi e giordani i quali, in
un’ennesima guerra tra poveri, si contendono le sue risorse idriche.
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Impianto di dissalazione a Ras Al
Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. (Fonte: it.wikipedia.org). |
Troppa acqua o troppa poca questo il presente del nostro pianeta. Nelle aree più
ricche è scontato aprire un rubinetto per ricevere acqua potabile a volontà, in
altre un miraggio. Due miliardi e mezzo di persone non dispongono di un sistema
igienico neanche per smaltire i propri escrementi. 3,3 milioni di persone,
soprattutto bambini di età inferiore ai 5 anni, muoiono ogni anno nel mondo a
causa dell’acqua sporca, della carenza dei servizi sanitari e dell’igiene. In
Etiopia come in Kenya, ad esempio, la scarsità delle precipitazioni degli ultimi
anni ha reso rara anche l’acqua contaminata. E dove l’acqua pulita è un bene di
lusso perché sempre più scarsa, tocca sempre alle donne procurarla. E’ regola
rigorosamente rispettata sia da uomini che da donne: i maschi vanno a prendere
l’acqua solo fino a sette otto anni, per il resto è un circolo vizioso di
disuguaglianze. Solo in casa, un americano medio consuma circa 380 litri d’acqua
al giorno, un italiano circa 250, mentre un abitante di questi paesi deve
accontentarsi di scarsi dieci litri e misurare ogni goccia. E’ per questo motivo
che è difficile convincerli a utilizzare l’acqua che hanno per lavarsi quando ci
si sveglia prima dell’alba e si è dovuti portare in spalla quell’acqua per
chilometri, magari anche su per un monte. Eppure il solo lavaggio delle mani
potrebbe ridurre del 45% le malattie diarroiche. Ma acqua sapone e cenere, che è
un discreto detergente, in alcuni territori, non solo non sono accessibili nelle
vicinanze delle case ma hanno un costo troppo alto per poterselo permettere.
Assenza di igiene, servizi sanitari e il bere acqua non bonificata e la prima
causa della diffusione di batteri e parassiti che si diffondono regolarmente.
D’altro canto se pensiamo che, in alcuni ambulatori del Konso, in Etiopia,
neanche il personale medico può regolarmente lavarsi le mani tra un paziente e
l’altro perché i rubinetti funzionanti si trovano solo in pochi punti degli
edifici il resto vien da sé. In quelle parti del mondo in via di sviluppo gli
abitanti delle campagne percorrono chilometri in cerca di acqua, ma quelli delle
baraccopoli non se la passano meglio: essi trascorrono ore e ore in fila a una
pompa dell’acqua. In tante nazioni povere sarebbe possibile realizzare i pozzi
all’interno dei villaggi e non necessariamente vicino a un fiume, dove è più
lontana, ma è più facile da estrarre e probabilmente più potabile, ma perforare
in profondità richiede conoscenze geologiche e macchinari costosi. In molti
paesi le amministrazioni locali, a cui è affidata la gestione dell’acqua hanno
poca esperienza e poco denaro così l’onere di garantire l’acqua potabile è per
lo più affidata agli enti di beneficenza. Ma nella metà dei casi, tutti i
progetti elaborati da questi gruppi diventano inutilizzabili quando questi
lasciano il territorio, a causa dell’utilizzo di tecnologie che non possono
essere riparate localmente o dell’eccessivo costo dei pezzi di ricambio, magari
reperibili solo nelle capitali. Ma l’emergenza acqua non è solo un problema dei
poveri. Oggi anche l’ultima frontiera del sogno americano, la California, sta
pagando il prezzo del riscaldamento globale che ha ridotto il manto nevoso della
Sierra Nevada, il più grande deposito di acque superficiali dello Stato. Tre
anni di siccità hanno, infatti, prosciugato i bacini della California,
raggiungendo i livelli più bassi degli ultimi vent’anni e obbligando le autorità
a imporre dei limiti all’uso dell’acqua. Nodo cruciale è il delta del
Sacramento, una ex palude di quasi 300 ettari, bonificata per più di un secolo e
dotata di argini che hanno formato delle piccole isole e coltivata. Il suolo si
è abbassato e molte isole si trovano sotto il livello del mare. Nel delta
affluiscono le acque di due grandi fiumi, il Sacramento e il San Joaquin, che
vengono peraltro pompate verso sud da due imponenti canali artificiali.
L’innalzamento del livello del mare e tempeste più violente rischiano di far
crollare i fragili argini e inondare le isole più basse, allagando le terre
coltivate e inquinando le pompe del delta con l’acqua salata della S. Francisco
Bay. Da tempo è atteso nella zona un sisma di grande intensità che
distruggerebbe centinaia di chilometri di argini e ridurrebbe drasticamente i
rifornimenti idrici di due terzi dei californiani. Ad oggi, la rimozione di
acqua dal delta ha causato la decimazione di due specie di pesci protette e le
proteste degli agricoltori di alcune fattorie della Central Valley. Per questo
motivo lo scorso autunno il governatore della California, Arnold Schwarzenegger
con il suo parlamento, ha proposto un piano di interventi per la
ristrutturazione delle vecchie infrastrutture idriche. Eppure piuttosto che
finanziare un nuovo colossale impianto idrico sarebbe per molti più facile
imparare a convivere con un territorio naturalmente arido. Nella California del
Sud il 70% dell’acqua è per uso residenziale. Piscine, prati e altre amenità
utilizzano quell’acqua che potrebbe essere razionalizzata diversamente, così
come suggerisce il pacchetto di leggi dello scorso autunno. Ma a novembre i
californiani saranno chiamati a decidere se il loro stato, su cui già pesa un
deficit di 20 miliardi, dovrà investirne altri 11 per finanziare un nuovo
colosso idrico. Un parziale excursus mondiale l’abbiamo fatto, ma in Italia cosa
succede? Il risparmio casalingo dell’acqua ha senza alcun dubbio una valenza
importante, ma per quanti sforzi facciamo non è solo in casa che si annida lo
spreco che oggi caratterizza l’Italia e i paesi più ricchi. Il 45% dell’acqua
dolce in Italia si preleva per l’irrigazione e sovente viene condotta come
duemila anni fa: il fiume viene deviato in canali più piccoli che finiscono
direttamente nei campi ad allagarli per settimane, a prescindere se le piante ne
abbiano realmente bisogno. Solo il 16% dell’irrigazione avviene, infatti, per
sgocciolamento. L’agricoltura utilizza spesso acqua di sorgente, laddove
potrebbe usarne di riciclata o rigenerata e ne spreca tanta. Se consideriamo che
al grano, che necessita poca acqua, oggi si preferisce il mais o gli ortaggi che
ne divorano tanta, il quadro si completa. Anche l’industria ha le sue colpe che
preleva acqua per il 37% del totale. Per non parlare degli inutili sprechi
quotidiani e dei vezzi di pochi.
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Immagine della campagna "Risparmio
idrico" promossa dal Gruppo Hera, allo scopo di sensibilizzare i
cittadini su un utilizzo consapevole e intelligente delle risorse
idriche domestiche.
(Fonte: www.ondecomunicazione.it). |
Gli acquedotti italiani perdono 60 litri ogni 100 distribuiti e ripararli
potrebbe essere un’alternativa, nonostante si parli di circa 60 miliardi per il
ripristino della rete e nessun ente pubblico in grado di sostenere tale spesa.
E’ anche vero però che la legge Galli in vigore ormai già da diversi anni,
prevede la privatizzazione della gestione degli impianti di distribuzione,
depurazione e fognatura, in previsione di una gestione più oculata ed efficiente
degli stessi. Tuttavia laddove il servizio è stato privatizzato, ancorché le
aziende si siano impegnate con piani di investimento pluriennali ed attingendo
molto anche da finanziamenti comunitari, non si è ancora realizzato nulla di
significativo.
Alla luce di quanto detto non bisogna essere ambientalisti convinti per capire
che l’infinita generosità della Natura può avere un limite e che l’era
dell’acqua copiosa e a buon mercato volge al termine. Un approccio che includa
tutela ed efficienza, infrastrutture, protezione degli ecosistemi acquatici (gli
animali di acqua dolce, ad esempio, sono sotto assedio in tutto il pianeta),
suddivisioni amministrative in base ai bacini idrografici e non ai confini
politici ed economia intelligente potrebbero essere una soluzione. Gli esperti
concordano in una più razionale gestione della risorsa acqua con riduzioni di
consumo per i paesi ricchi, creazione e gestione adeguata di infrastrutture
nelle zone più povere, cosa che, per quanto impegnativa sul piano politico
potrebbe portare i suoi giovamenti. Possiamo creare nuove risorse dissalando
l’acqua del mare, riciclando l’acqua di scarico, raccogliendo e filtrando le
acque piovane dalle superfici asfaltate e ridistribuendo i diritti sull’acqua di
agricoltura, industria e centri urbani. Una migliore politica di gestione e una
maggiore efficienza farebbero durare più a lungo le ultime gocce in quelle zone
in cui l’acqua scarseggia. Le soluzioni ci sarebbero ma, al solito, occorre fare
i conti con gli interessi, le speculazioni e le cattive abitudini dell’essere
umano.
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Riproduzione riservata (15
maggio 2010)
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