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L'amianto, la mano omicida della salamandra.©

 

Lo scorso 28 aprile è stata celebrata la giornata mondiale delle vittime dell’amianto. Si riaccende così la discussione sulla fibra killer presente nelle nostre città con ancora 32 milioni di tonnellate da smaltire (dati Cnr), 500 chili per abitante, e che continua a uccidere 3.000 persone ogni anno. L’amianto o asbesto è un minerale dalla struttura fibrosa da sempre utilizzato dall’uomo per la sua resistenza al fuoco e al calore. Dall’antichità all’epoca moderna è stato da sempre utilizzato per rituali magici, i Persiani e i Romani lo utilizzavano per avvolgere i cadaveri da cremare, un’antica credenza popolare definiva l’amianto la “lana della salamandra”, l’animale che per questo poteva sfidare il fuoco senza subire danno. Risale al ‘600 la ricetta del medico naturalista Boezio che testimonia l’uso di amianto nelle medicine dell’epoca. Fino agli anni ’60 del Novecento era ancora presente in una polvere contro la sudorazione dei piedi e in una pasta dentaria per le otturazioni. Alla fine del 1800 risale la prima produzione di cemento amianto, sarà proprio l’amianto che approderà poi alla metropolitana di Londra e Parigi per sostituire materiali facilmente infiammabili o che producevano scintille e che sarà utilizzato per la coibentazione del transatlantico “Queen Mary” nei primi anni del ‘900. Di qui la prima capillare diffusione. In Italia negli anni ’50 si cominciano a coibentare con l’amianto le carrozze ferroviarie, mentre l’uso massiccio dello stesso è avvenuto nell’edilizia dal 1965 al 1983.

Numero casi di mesotelioma maligno segnalati al Registro Nazionale dei Mesoteliomi (ReNaM) e relativa esposizione (periodo-1993-2004).
(Fonte: ISPESL, Dipartimento di Medicina del Lavoro, ReNaM, Terzo Rapporto, Roma, 2010).

Fino al ’92 (Legge 27 marzo 1992, n. 257 "Norme relative alla cessazione dell'impiego dell'amianto") è stato spalmato ovunque: dalle navi ai treni, dalle fabbriche alle case e alle palestre, sino agli asili e alle scuole. Da Bagnoli (Na) a Siracusa sino alle cave di Balangero (To) ed Emarese (Ao) l’Italia è marcata indelebilmente da una piaga che non si riesce o non si vuole risanare. La presenza di strutture in cemento-amianto non costituisce di per sé un pericolo per la salute dei cittadini o per la tutela ambientale, il rischio dichiarato e conclamato è piuttosto determinato dal rilascio di fibre di amianto nell’aria o nel suolo, determinato dall’usura degli anni e dall’esposizione agli agenti atmosferici. L’elevata presenza delle strutture contaminate in Italia, i ritardi con cui si stanno effettuando gli interventi di bonifica e di risanamento, nonché le morti ormai accertate a causa della fibra killer rilanciano l’allarme. L’urgenza è dettata dai tempi normativi, ma soprattutto dai dati sanitari che periodicamente l’Ispesl (Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro) raccoglie e diffonde attraverso il ReNaM, il Registro Nazionale Mesoteliomi. Il mesotelioma è il tumore dell’apparato respiratorio strettamente connesso all’inalazione della famigerata fibra killer; una malattia che non lascia scampo e che coinvolge una parte sempre maggiore della popolazione: sono, infatti, 9.166 i casi di questo tumore censiti nel III Rapporto del Registro Nazionale dal 1993. Nessuna regione è esclusa: tra le regioni più colpite ci sono il Piemonte (1.963 casi di mesotelioma maligno), la Liguria (1.246), la Lombardia (1.025), l’Emilia-Romagna (1.007) e il Veneto (856). Inoltre le persone colpite da Mesotelioma Maligno non sono solo i lavoratori del cemento amianto o di altri settori industriali a rischio, ma, come emerge dagli studi dell’Ispesl, dal 1993, anno in cui è iniziato il censimento del Registro, ad oggi è diminuita l’influenza dei settori “tradizionali” (tra cui i cantieri navali sono passati dal 15% del 1993-95 al 10% nel 2003-04 e la lavorazione di manufatti in cemento-amianto dal 10% al 3%). E’ al contrario aumentato il numero delle persone che si sono ammalate pur non avendo svolto attività a stretto contatto con l’amianto. Testimonianza di come l’esposizione sia talvolta inconsapevole proprio per l’elevata diffusione dello stesso sul territorio nazionale. Per quasi tre quarti dei casi di mesotelioma maligno registrati si è riusciti a risalire all’origine della causa. Tra questi per il 69,9 % la causa è professionale, per il 4,5% è familiare, per il 4,7% ambientale, per l’1,4% da attività di tempo libero e per il 19,5% altro.

Impianti esistenti in Italia per lo smaltimento dell’amianto.
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forniti da Regioni e Province autonome (aprile 2010).

Gli esperti del settore collocano tra il 2010 e il 2020 il picco della curva epidemica del Mesotelioma in Italia come in Europa, conseguenza dell’esposizione all’amianto degli anni ’70 e ’80 quando coesistevano l’esposizione professionale e quella indiretta. Successivamente si attenueranno, probabilmente, i casi di origine lavorativa per rimanere quelli da esposizione indiretta, quelli che l’amianto l’hanno respirato senza saperlo. Non a caso i dati sul Mesotelioma dimostrano come i pazienti sono soprattutto idraulici, muratori ed elettricisti. Tra le preoccupazioni più forti in questo periodo l’esposizione di tutte quelle persone che vivono in siti ancora contaminati a causa della presenza di vecchi stabilimenti o per la conformazione geologica del territorio. Asbestosi e carcinoma polmonare le altre possibili malattie determinate dall’esposizione, ma anche tumori del tratto gastro-intestinale, della laringe e di altre sedi. Esse insorgono dopo molti anni dall'esposizione, si parla da 10 ai 15 per l'asbestosi e dai 20 ai 40 per il carcinoma polmonare e il mesotelioma. Il terzo rapporto dell’Ispesl riporta che fino a 45 anni la malattia è rarissima (solo il 2,7% del totale dei casi registrati). L’età media alla diagnosi è di 68,3 anni. Il tasso standardizzato per mesotelioma maligno della pleura (certo, probabile e possibile) risulta pari a 3,42 casi (per 100.000 residenti) negli uomini e 1,09 nelle donne. In media la malattia si presenta sovente anche dopo più di 40 anni dall’inizio dell’esposizione, tuttavia il range di variabilità della latenza è estremamente ampio.
A 18 anni dalla legge 257/92 Legambiente ha recentemente pubblicato un dossier sull’avanzamento dei Piani regionali amianto e sugli strumenti che, queste regioni, stanno mettendo in atto per fare fronte a quella che sta divenendo una vera e propria emergenza sanitaria.

I censimenti regionali delle strutture contenenti amianto.
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forniti da Regioni e Province autonome (aprile 2010).

La legge prevedeva che, a 180 giorni dalla sua entrata in vigore, le Regioni si dotassero di uno strumento programmatico per il censimento, la bonifica e lo smaltimento dei materiali contaminati ma, ad oggi, Puglia e Molise non l’hanno ancora approvato e in Abruzzo è in via di approvazione.

 

Numero casi di mesotelioma maligno segnalati al ReNaM e relativa esposizione (periodo-1993-2004).
Fonte: ISPESL, Dipartimento di Medicina del Lavoro, ReNaM, Terzo Rapporto, Roma, 2010.

Lo stato di bonifica segue a ruota il ritardo cronico e tra le regioni italiane le uniche a distinguersi positivamente sono Piemonte e Lombardia. Anche la mappatura dei siti a rischio non è ancora certa, Cnr e Ispesl parlano di 32 milioni di tonnellate, censimento compiuto considerando le sole onduline cemento-amianto ma potrebbero essere molte di più, come a causa della presenza nascosta di amianto in giro per l’Italia smaltito abusivamente. Legambiente ha censito circa 50.000 edifici pubblici e privati da bonificare, sottolineando però come i dati possano considerarsi parziali perché il censimento è ancora in corso nel Lazio, in Liguria, in Lombardia, nella Provincia Autonoma di Trento, in Sicilia e in Toscana, mentre per la Campania, anche se concluso, non sono stati indicati i risultati. Ma censimento a parte quando ci si appresta ad occuparsi di bonifica e smaltimento cominciamo a toccare le dolenti note. E così a distanza di 18 anni siamo ancora qui a parlarne e a pagarne le conseguenze. E’ da qualche anno che ci si può imbattere nei bonificatori della fibra killer, gli operai specializzati nell’incapsulamento e nella rimozione di Eternit e manufatti pericolosi, ai quali l’Inps non riconosce però l’inserimento nelle categorie a rischio, perché considerati operai edili. Le procedure di rimozione sono lunghe e laboriose. Il cittadino chiama, si fa un piano di lavoro, si mandano all'Asl dei frammenti di materiale sospettato di contenere amianto. Dopo 40 giorni inizia la rimozione. Bloccate le fibre con il collante a spruzzo, le onduline vengono caricate sui camion, imballate e portate via. Ma quanto costa liberarsi dell’amianto in termini puramente economici?

 

Dall'opuscolo informativo di Legambiente "Liberi dall’amianto", per la campagna di informazione sui rischi sanitari e sulle bonifiche.

Onduline in amianto sequestrate dalla GdF a Firenze lo scorso 12 marzo.
(Fonte: www.adnkronos.com).

Nella foto in alto, una canna fumaria di Eternit lasciata in bella vista in una via di Torino.
(Fonte: www.sanpablog.it).

Coibentazione di tubi e caldaie con materiale contenente amianto a matrice friabile.
(Fonte: coop-eco.com).

 

Un dossier di Legambiente parla di cifre che variano da regione a regione, dove il costo finale dipende tanto dal tipo di intervento quanto dai contributi versati dalla singola regione. Nel Lazio liberarsi di una copertura in eternit di 10 metri quadrati costa 250 euro, più i costi fissi (da 500 a 1000 euro). La rimozione della stessa lastra di eternit costa molto meno in Sardegna, su quattro discariche si parla di una media di 260 euro. 640 euro in Abruzzo, 300 in Piemonte, 2000 in Puglia, dove il prezzo è fisso per qualunque superficie rimossa inferiore ai 25 metri quadrati. In Abruzzo per le rimozioni di coperture fino a 30 metri quadrati la Regione offre un contributo pari al 70%. In Sardegna per i privati ci sono incentivi del 40% dell'importo per un massimo di 5 mila euro. Esistono finanziamenti anche per gli enti pubblici che rimuovono l'amianto. L'Emilia Romagna concede una detrazione del 36% di Irpef se ristrutturi la casa per un massimo di 48 mila euro. Nel Lazio e in Toscana, invece, niente incentivi. Una serie i incertezze e di mancati finanziamenti regionali che rendono la bonifica sempre più difficile. Procedimento peraltro aggravato dall’assenza di impianti idonei allo smaltimento dell’asbesto, il Lazio sbarca addirittura i suoi materiali contaminati in Germania e in Austria. Ad oggi le regioni che possiedono impianti per lo smaltimento di amianto sono Abruzzo (in istruttoria per la riapertura), Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Lombardia (esaurita nel marzo 2009). La Basilicata ne ha due, il Piemonte tre mentre Toscana e Sardegna hanno sul proprio territorio quattro impianti ciascuna. In tutti i casi lo spazio a disposizione per accogliere i materiali contaminati sono troppo pochi rispetto ai quantitativi ancora in circolazione. Ma l’amianto si annida anche nell’aria, in quelle zone dai siti contaminati, dove chi vive e lavora nei pressi di queste strutture deve temere per la propria salute. Sono ancora troppo poche le regioni che compiono un’analisi in questo senso. L’unica a compiere uno screening mensile circa la presenza di fibre d’amianto nell’aria è, a partire dal 2006, la Lombardia. Monitoraggi saltuari e in zone circoscritte sono invece stati fatti in Sicilia, in Umbria, in Liguria e nella provincia autonoma di Trento. La letteratura rispetto a malattie e decessi dovuti alla fibra killer è purtroppo triste e lunga.
Gli stabilimenti Eternit, Fibronit e Fincantieri con le loro spoon river. I polmoni spappolati dei 600 militari della Marina (processo a Padova, 8 ammiragli condannati). I 210 mila ferrovieri in attività nel '91 (l'anno oltre il quale per l'Inail il rischio amianto è scomparso) e che ora auspicano di non dover condividere il destino di molti colleghi, perché tra loro la media del mesotelioma è tristemente alta. Negli anni '70 vagoni e locomotori, come le navi militari, si imbottivano di amianto. Il piano di de-coibentazione iniziato nel '95 ha riguardato 11 mila carrozze. Ne rimangono 400 con dei residui, buttate in qualche deposito. Il tumore pleurico è un incubo per i marinai che navigavano o lavoravano sulle turbonavi costruite prima degli anni '90. Lo scorso 10 dicembre si è invece aperto a Torino il più grande processo per disastro ambientale a causa della fibra killer lavorata nella multinazionale Eternit. Solo a Casale Monferrato sono morte 1550 persone. Ma ad essere coinvolte sono state le città di Cavagnolo (To), Rubiera (Re) e Bagnoli (Na).
Toccherebbe a questo punto a Stato e Regioni non solo completare rapidamente il censimento di tutti i siti a rischio, ma attuare prima possibile i piani di bonifica prevedendo azioni di cofinanziamento e l’individuazione degli impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti contaminati. Al solito ci toccherà aspettare e non si sa per quanto tempo ancora.

© Riproduzione riservata (15 maggio 2010)


 


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