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L'uomo bionico.©
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Oscar Pistorius, atleta
sudafricano, campione paralimpico nel 2004 sui 200 m piani e nel
2008 sui 100, 200 e 400 metri piani. Soprannominato "the fastest
thing on no legs", Pistorius è un amputato bilaterale detentore
del record del mondo sui 100, 200 e 400 m piani. Corre grazie a
particolari protesi in fibra di carbonio, denominate cheetah.
(Immagine da: www.blogmilano.it). |
L'avevano celebrata gli scrittori di fantascienza e negli anni ’70 aveva
consacrato il successo di due celebri serie televisive anticipando in qualche
modo i traguardi che la scienza avrebbe realmente raggiunto. Stiamo parlando
della bionica: il futuro e la speranza per tutte quelle persone a cui manca o è
compromessa una parte del corpo. Grazie a microscopici elettrodi e ai progressi
della chirurgia, medici e studiosi sono riusciti a collegare le terminazioni
nervose a dispositivi come telecamere, microfoni e motori. Nonostante il danno
subito o la completa assenza di parti del corpo, i nervi e le parti del cervello
che ne detenevano il controllo in molti pazienti continuano a vivere, restando
in qualche modo in attesa di essere nuovamente sollecitati per ricominciare a
funzionare. E’ proprio la parte mancante o compromessa che, grazie ai nuovi
traguardi della bionica, è sostituita da dispositivi integrati con il sistema
nervoso in grado di rispondere ai comandi del cervello. In questo modo i ciechi
possono cominciare a vedere, i sordi udire e chi ha perso un arto riuscire,
attraverso una protesi bionica, a emulare l’arto originario. E’ un lavoro
estremamente delicato, un cammino costellato da una continua serie di errori e
tentativi ma, ad oggi, la bionica rappresenta anche un gigantesco passo avanti
in grado di restituire o ripristinare ai pazienti molto più di quanto si poteva
immaginare. Negli ultimi cento anni la tecnologia di base delle braccia
artificiali è cambiata molto, a mutare è stato l’utilizzo dei materiali, la
maggiore conoscenza dei legami tra il sistema nervoso e i muscoli periferici, ma
c’è anche stata un’evoluzione nel campo della microelettronica, degli attuatori
e delle nanotecnologie. Per molti mutilati, come per tanti dei soldati che
tornano dall’Iraq con arti amputati, vengono impiantate protesi simili, la cui
attivazione dipende dalla pressione del mento o dell’altro braccio, ad esempio,
su una leva. Un sistema complesso e che comporta notevole sforzo, tanto da
indurre molti ad abbandonare questo tipo di protesi. Più recente e innovativa è
invece la nuova tecnica TMR (Targeted Muscle Reinneversation, re innervazione
muscolare) elaborata dal Rehabilitation Institute of Chicago (RIC) che si serve
dei nervi rimasti dopo l’amputazione per controllare l’arto artificiale. Il
gruppo di ricerca del RIC ha elaborato un sistema basato sul fatto che i muscoli,
quando si contraggono, rilasciano un impulso elettrico abbastanza forte da
essere percepito da un elettrodo posto sulla pelle. E’ stata peraltro sviluppata
una tecnica per dirottare i nervi troncati dai punti danneggiati ad altri
muscoli, che possano dare ai segnali nervosi lo stimolo adeguato. Gli ordini
ricevuti dal cervello ricadono sugli elettrodi posti sui muscoli per poi essere
ritrasmessi alla protesi attraverso i fili.
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La mano bionica a cinque dita
indipendenti realizzata dalla Scuola Sant’Anna di Pisa
nell’ambito del progetto LifeHand.
(Fonte: www.bergamosera.com). |
La prima donna a sperimentare questa nuova tecnica e un braccio messo a punto
dal Rehabilitation Institute of Chicago è stata Amanda Kitts. Il RIC, in
collaborazione con i bioingegneri del Laboratorio di Fisica applicata della
Johns Hopkins University, sta elaborando un nuovo prototipo dotato non solo di
maggiore flessibilità, grazie a più motori e applicazioni, ma anche di fornire
parziali sensazioni alle “dita fantasma”. I dati sensoriali saranno elaborati da
specifici sensori posti sulla punta delle dita che rileveranno pressione,
temperatura e vibrazioni. I dati saranno poi inviati agli elettrodi e di qui al
cervello attraverso i nervi. Sembra che Amanda Kitts sia già in grado di
distinguere le superfici ruvide da quelle lisce, grazie alla velocità di
vibrazione delle barrette simili a pistoni posti all’interno dei sensori. Il
prossimo prototipo di arto bionico avrà il triplo delle capacità rispetto a
quello oggi in uso. Dovrebbe essere in grado, infatti, di riprodurre fino a 22
movimenti, mentre ai mutilati, i cui nervi residui sono molto danneggiati, gli
elettrodi potrebbero essere impiantati nel cervello. I comandi potrebbero essere
trasmessi ai sensori montati in un copricapo e poi, via cavo, al braccio. La
tecnica americana si è dimostrata efficace per le amputazioni molto alte, vicine
alla spalla; in Italia l’ARTS Lab della Scuola Superiore S. Anna di Pisa ha
invece elaborato una tecnica più consona per coloro che, avendo perso la parte
finale dell’arto, hanno i nervi ancora in buone condizioni. L’équipe italiana
del Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma ha suggellato un progetto
iniziato quasi venti anni fa dalla Scuola di Pisa a cui hanno contribuito
istituzioni e centri di ricerca di tutta Europa, con una mano bionica in grado
di “colloquiare” con il cervello. Gli elettrodi impiantati sui nervi superstiti
hanno consentito all’uomo, prestatosi come volontario per l’esperimento, i tre
movimenti previsti dal protocollo: la chiusura a pugno, l’opposizione del
pollice all’indice e la flessione del mignolo. Gli elettrodi sono rimasti
impiantati 24 giorni nel braccio dell’uomo senza causare infezioni o provocare
rigetto; inizialmente il paziente riusciva a percepire sensazioni come se
provenissero da diversi punti della mano perduta, poi però c’è stata
un’interruzione della trasmissione sensoriale, probabilmente a causa di una
reazione all’interno del nervo stesso. Ora l’équipe italiana che si sta muovendo
per individuare le cause di questa caduta della trasmissione sensoriale, si
appresta a realizzare un esperimento più lungo e, entro due o tre anni, a
realizzare una nuova sperimentazione. Obiettivo impiantare sotto pelle un chip
per raccogliere i segnali captati dagli elettrodi e trasmetterli in tempo reale,
con un sistema wireless, alla centralina impiantata nella mano, e gli algoritmi
che consentono di tradurre gli impulsi nervosi in comandi motori. Il prototipo
della mano con dimensioni e peso di una mano vera è già pronto, il chip sta per
essere messo a punto.
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Prototipo di protesi di arto
superiore completo di spalla elettromeccanica.
(Fonte: sine.ni.com). |
Ma la bionica non si ferma qui. L’interazione mente - macchina è possibile e in
continua evoluzione. L’impianto cocleare, negli ultimi trenta anni è stato
installato a circa 200.000 persone in tutto il mondo. Una nuova prospettiva per
chi ha problemi di sordità. In ciascuna coclea, la parte dell’orecchio interno
che normalmente percepisce le vibrazioni sonore, vengono inseriti dei sottili
fili elettrici muniti di 22 elettrodi, che li trasmettono direttamente ai nervi.
L’orecchio bionico potrebbe presto essere seguito dall’occhio bionico. Alla
retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che distrugge le cellule foto
recettrici dell’occhio, è già stata data una risposta attraverso il
posizionamento di piccolissimi elettrodi sulla retina, elettrodi che sono in
grado di inviare stimoli visivi al nervo ottico. Tale tecnica è stata utilizzata
anche su alcuni malati di retinite che venivano operati per altre ragioni. La
matrice fissata sulla retina è stata costruita dall’azienda statunitense Second
Sight, e contiene attualmente 60 elettrodi, contro i sedici della versione
precedente. Come per i pixel di una fotocamera digitale più sono gli elettrodi,
migliore è la qualità dell’immagine, per questo motivo l’azienda si propone di
creare una matrice con centinaia di migliaia di elettrodi. Ad oggi ciò che
questa tecnica riesce a ripristinare è la capacità di distinguere le sagome.
L’University of Southern California, fautrice della ricerca, ha anche messo a
punto un ulteriore sistema consentendo un seppur parziale ripristino della
vista. Argus (da Argo, il gigante dai cento occhi della mitologia greca) è il
nome del sistema. I pazienti ricevevano un paio di occhiali scuri dotati di una
minuscola videocamera e di un radiotrasmettitore. I segnali video erano
trasmessi a un computer posto in una cintura, convertiti in impulsi elettrici
comprensibili alle cellule gangliari e infine trasmessi a un ricevitore
posizionato dietro l’orecchio. Da lì un filo li conduceva all’interno
dell’occhio, a una matrice quadrata di 16 elettrodi, gli elettrodi stimolavano
le cellule e il cervello completava l’iter consentendo ai primi pazienti di
vedere i contorni e di distinguere grossolanamente qualche forma. Ma i progetti
bionici si spingono anche oltre. Gli scienziati delle più prestigiose università
del mondo che lavorano al progetto BrainGate stanno sperimentando un
collegamento diretto tra un computer e la corteccia motoria del cervello di
persone completamente immobilizzate, perché possano spostare oggetti lontani con
la mente. Finora, i pazienti coinvolti, sono riusciti a muovere un cursore sullo
schermo di un computer. E’ in corso un’altra ricerca che si propone di
sviluppare un ippocampo artificiale (la zona del cervello che conserva i ricordi)
per le persone colpite da perdita di memoria. Anche la pelle bionica rientra tra
le future sfide della bionica. Il progetto FILMskin, che potrebbe risultare
utile anche per gli ustionati, si propone di creare, entro i prossimi venti anni,
una pelle bionica sensibile al tocco e alle variazioni di temperatura.
L’epidermide sarà fatta di un composto resistente all’acqua creato grazie alla
nanotecnologia e modellato al laser. I nanotubi di carbonio, con 1/10.000 dello
spessore di un capello, che sono i conduttori termici più efficienti che si
conoscono, saranno disseminati lungo di essa mentre i sensori saranno in grado
di distinguere tra temperatura e pressione. Insomma una scienza in continua
evoluzione e in fase di perfezionamento la bionica, talvolta imperfetta e
sicuramente non in grado di sostituire le fattezze reali di un essere umano, ma
in grado di ridare qualche speranza concreta a quanti necessitano “una nuova
vita” anche se “elettronica”.
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Riproduzione riservata (15
maggio 2010)
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