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Sei anche tu malato di Burn-out?©
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Fonte:
miglioriamolanostravita.com. |
Le helping professions e la sindrome di Burnout, un connubio e un fenomeno
ancora in fase di esplorazione ma costantemente in crescita. Le prime sono
quelle professioni che impegnano quotidianamente e ripetutamente in attività che
implicano rapporti interpersonali (le cosiddette professioni d’aiuto), la
seconda è un disagio psicofisico, risultato di un processo fonte di intenso
stress e dell’incapacità di rispondere in maniera adeguata al suo carico.
Secondo le indagini condotte da alcuni studiosi la chiave della genesi della
sindrome di burn - out (dall’inglese “bruciarsi”) è da far risalire al frequente
contatto del professionista o dell’operatore in questione con le emozioni
dell’altro, una condizione che stressa emotivamente a causa della stessa natura
umana e della capacità dell’uomo di elaborare empatia nei confronti del prossimo,
empatia che non sempre viene gestita in modo da saper mantenere il giusto
distacco emozionale. Da questa eccessiva affinità emozionale che si viene a
creare che può dipendere da elementi di comunanza con la propria storia
personale, dal carico eccessivo di lavoro o dall’incapacità di gestione delle
emozioni, si può superare la soglia di tolleranza del Burnout e finire, in modo
più o meno consapevole, per “vivere” il peso delle problematiche delle persone
creando una confusione emotiva interiore tra se stessi e l’altro. Il non
riuscire più a discernere tra la propria vita e quella altrui può essere vissuta,
inizialmente, anche semplicemente come stanchezza e sensazione di aver lottato
per fronteggiare un problema. E’ per questo motivo che la prima interpretazione
della sindrome di Burnout è strettamente collegata a professioni quali i medici
o gli operatori sanitari (sembra siano i più colpiti), gli insegnati, le forze
dell’ordine e tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, si trovano a dovere
aiutare e supportare gli altri. Attualmente non esiste una definizione
universalmente condivisa del termine burn-out. Freudenberger, nel 1970, è stato
il primo studioso a usare il termine “burn-out” per indicare un complesso di
sintomi, quali il “non farcela più”, il logoramento, l’esaurimento e la
depressione riscontrati in alcuni operatori sociali all’interno di un reparto di
igiene mentale americano.
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I risultati dello studio
GETSEMANI relativamente alle sole patologie psichiatriche.
(Fonte dati: www.edscuola.it). |
Successivamente Cherniss, nel 1986, ancora una volta negli Stati Uniti, con
“burn-out syndrome” definiva la risposta individuale ad una situazione
lavorativa percepita come stressante e nella quale l’individuo non dispone di
risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiarla, una
sorta di “ritirata psicologica” dal lavoro come conseguenza di un’esposizione
eccessiva allo stress. In questo caso l’osservazione veniva già allargata a
tutti coloro che svolgevano professioni d’aiuto. Più tardi Maslach e Leiter
hanno perfezionato le componenti della sindrome attraverso tre dimensioni:
esaurimento emotivo, despersonalizzazione e realizzazione personale. In tal
senso il Burnout diventa una sindrome da stress non più esclusiva delle
professioni d'aiuto ma possibile, anche se in percentuale ridotta, in qualsiasi
ambito lavorativo. L’esaurimento emotivo consiste nel sentirsi ad un certo punto
completamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, una sensazione di
stanchezza e di affaticamento che sviluppa la sensazione di non riuscire più a
offrire alcun sostegno psicologico. La despersonalizzazione è piuttosto
quell’atteggiamento di distacco, di cinismo e talvolta di ostilità nei confronti
delle persone con cui e per cui si lavora. La realizzazione personale fa invece
riferimento al senso di inadeguatezza rispetto al proprio lavoro con ricadute
negative sulla propria autostima e il desiderio di affermarsi professionalmente.
La storia delle persone che raggiungono l’apice del Burnout mostra come la
strada battuta sia comune a tutti. “L’entusiasmo idealistico” è il primo passo
di questo percorso, e fa capo alla scelta di un lavoro di tipo assistenziale.
Esso si snoda in due atteggiamenti uno conscio che induce a scegliere un lavoro
che dia sicurezza, prestigio e volto a migliorare se stessi e il mondo intorno a
sé; l’altro, inconscio, che si identifica nel bisogno di approfondire la
conoscenza di sé e nel desiderio di creare una forma di controllo e di potere
sugli altri. La fase della “stagnazione” è quella immediatamente successiva dove
all’iniziale entusiasmo si sostituisce una fase di disimpegno e di profonda
delusione rispetto al proprio lavoro e alle persone di cui ci si circonda in
ambito lavorativo. La fase più critica è la “frustrazione” e quindi la
sensazione di non essere più in grado di aiutare gli altri perché ci si sente
svuotati e ingiustamente sottovalutati nella propria professionalità. Nella
condizione più acuta della sindrome il professionista può giungere ad avere
atteggiamenti aggressivi nei confronti di se stesso e degli altri o
atteggiamenti di fuga. Il graduale disimpegno emozionale conseguente alla
frustrazione, con passaggio dalla
empatia all’apatia, costituisce la quarta fase, durante la quale spesso si
assiste a una vera e propria morte professionale. Nelle condizioni più estreme
si può giungere all’abuso di alcool e farmaci, con inevitabili ricadute non solo
su se stessi ma anche sull’utenza di cui solitamente si è chiamati a occuparsi.
La recente letteratura in merito non ci consente di avere unanimità nella
valutazione delle fasce di età o di stato sociale più colpite. Tra queste l’età
è quella che ha fomentato le maggiori discussioni, alcuni sostengono, infatti,
che l’età avanzata costituisca uno dei principali fattori di rischio, altri
ritengono invece che i giovani ne siano maggiormente esposti perché delusi e
stroncati nelle proprie aspettative dal contesto lavorativo. Le donne, rispetto
agli uomini, risulterebbero più vulnerabili. Ciò sembrerebbe determinato dal
doppio carico di lavoro (professionale e familiare) a cui sono sottoposte. Tra
gli specialisti quelli che sono maggiormente esposti al rischi Burnout sono i
medici e gli psichiatri. Da non sottovalutare il coinvolgimento della
professione dell’insegnate, anch’essa tra le cosiddette professioni “ a rischio”,
nella sola Italia coinvolgerebbe un milione di persone. Lo studio Getsemani
condotto dai Collegi Medici della Asl Città di Milano nel periodo intercorso tra
il 1992 e il 2001 aveva preso in esame 3.049 casi clinici, operando un confronto
tra quattro macrocategorie professionali di dipendenti dell’Amministrazione
Pubblica (696 insegnanti, 596 impiegati, 418 sanitari, 1340 operatori). In
controtendenza con gli stereotipi diffusi nell’opinione pubblica, i risultati
dimostrarono che la categoria degli insegnanti è soggetta a una frequenza di
patologie psichiatriche, indipendentemente da fattori quali il sesso e l’età,
pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo
quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori. Per misurare
il Burnout ci sono diverse scale ma la più nota è quella di Maslach: un
questionario di 22 items, domande atte a stabilire se nell'individuo sono attive
dinamiche psicofisiche che rientrano nella patologia. Oltrepassata la condizione
borderline la persona affetta dalla sindrome di Burnout deve essere
inevitabilmente affidata alle cure specialistiche, per questo motivo oggi si
parla di prevenzione e di orientamento tanto dei professionisti quanto del
contesto lavorativo in cui costoro si trovano ad agire. Ma la strada da
percorrere sembra ancora lunga e il processo di conoscenza del problema, sia da
parte dei lavoratori che di chi li gestisce, diventa importante per monitorarne
l’incapacità di gestire le proprie emozioni, il proprio vissuto e le eventuali
ricadute sull’utenza.
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“MISURATI LA FEBBRE”
RICONOSCI IL TUO DISAGIO
TEST BREVE SUL BURN OUT
di Potter (psicologia sociale e di gruppo)
Leggi una frase alla volta e scrivi subito il punteggio. Alla
fine, somma i punteggi di ogni frase.
Istruzioni: 1= raramente; 2=qualche volta; 3=non saprei; 4=spesso; 5=continuamente
1. mi sento stanco anche dopo una buona dormita____
2. sono insoddisfatto del mio lavoro____
3. mi intristisco senza ragioni apparenti ____
4. sono smemorato____
5. sono irritabile e brusco____
6. evito gli altri sul lavoro e nel privato____
7. dormo con fatica (per preoccupazioni di lavoro)____
8. mi ammalo più del solito ____
9. il mio atteggiamento verso il lavoro è"chi se ne frega"? ____
10. entro in conflitto con gli altri ____
11. le mie performance lavorative sono sotto la norma ____
12. bevo o prendo farmaci per stare meglio____
13. comunicare con gli altri è una fatica ____
14. non riesco a concentrarmi sul lavoro come una volta____
15. il lavoro mi annoia ____
16. lavoro molto ma produco poco ____
17. mi sento frustrato sul lavoro ____
18. vado al lavoro controvoglia ____
19. le attività sociali mi sfiniscono ____
20. il sesso non vale la pena ____
21. quando non lavoro guardo la tv ____
22. non mi aspetto molto dal lavoro ____
23. penso al lavoro, durante le ore libere ____
24. i miei sentimenti circa il lavoro interferiscono nelle mia vita
privata ____
25. il mio lavoro mi sembra inutile, senza scopo ____
Punteggio:
da 25 a 50 --- E' tutto OK
da 51 a 75 --- Meglio prendere qualche misura preventiva
da 76 a 100 --- Sei candidato al burnout
da 101 a 125 --- Chiedi aiuto
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Riproduzione riservata (15
maggio 2010)
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