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L'India, un universo di contraddizioni.©

 

Il Taj Mahal ad Agra, un mausoleo fatto costruire nel 1632 dall'imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie Arjumand Banu Begum.
(Fonte: it.wikipedia.org).

E' una realtà troppo vasta, popolosa e variegata perché possa essere fotografata e consegnata a un’istantanea. Specchio di una società pluralista, multilingue e multietnica difficilmente riconducibile ad un’unica e semplice formula come suggeriscono gli inesauribili stereotipi ad essa collegati. Stiamo parlando dell’India, il subcontinente magico ed esotico dei romanzi d’avventura di Emilio Salgari, il paese disperato ed affamato di Madre Teresa di Calcutta o quella “India Shining”, lo slogan del Bharatiya Janata Party del 2004, fatta di software, internet, geni della matematica, dei nuovi miliardari e dell’industria cinematografica di Bollywood che si affacciano dalle copertine dei tabloids. Eppure tutte queste immagini sono riconducibili a un unico minimo comune denominatore: la religione. E’ proprio la religione che pervade ogni aspetto della vita quotidiana indiana. Invasioni, persecuzioni e colonialismo europeo si sono succeduti nel corso dei secoli su questo territorio dell’Asia meridionale ma l’India è, probabilmente, ancora uno dei pochi paesi al mondo in cui strutture sociali e religiose sopravvivono intatte da quasi quattromila anni. La modernità e la tecnologia hanno permeato il tessuto sociale indiano solcando il percorso di una nuova era, ma molti degli aspetti della quotidianità restano ancora ancorati alla tradizione. Per questo motivo quello che gli esperti di geopolitica definiscono il triangolo Cina – India -Stati Uniti come il futuro del nostro pianeta si annuncia ancora come un processo in divenire. Si parla dell’India come di una grande potenza, un grande paese che non è però ancora grande nella somma delle sue parti ancora ricca di tante contraddizioni. La prima chiave per capire questo paese è comprendere la religione che professa l’81% della popolazione, l’induismo, la più antica religione della terra. Secondo alcune stime nell'induismo vi sarebbero 300 milioni di divinità, più o meno una ogni tre indù, mentre secondo altri calcoli, quelli delle Upanishad (insieme di testi religiosi e filosofici indiani scritti in lingua sanscrita) e del riformista Shankara (filosofo indiano) del IX secolo, di Dio ne esiste solo uno. Nella filosofia indù non esiste il principio del “bianco o nero”. Dove c’è una dicotomia, tra bene e male ad esempio, tra spirito e scienza, tra acquisizione di beni materiali o di beni spirituali c’è sempre un terzo principio che trascende entrambi. Per l'uomo esistono solo finalità diverse. L'induismo riconosce che l'Io è formato da più stratificazioni, e che spesso queste credono in cose diverse. Il primo strato è quello fisico-corporeo, il secondo è la coscienza, il terzo il subconscio, il quarto è l'Essere, quella parte di sé che comprende l'esistenza intera.

Immagini dalla festa della Repubblica in India, 26 gennaio. (Fonte: blog.panorama.it).

Nella foto, Shilpa Shetty, una famosa attrice del cinema di Bollywood.
(Fonte: www.topnews.in).

Per questo motivo per ogni precetto che un indù segue in modo rigoroso se ne può trovare un altro che lo contraddice. Ciò non vuol dire che ciascun indù dia forma a una propria religione: la maggior parte di loro è molto ortodossa, segue le tradizioni e i rituali delle specifiche sottocaste alle quali appartiene. Il punto è che esistono così tante caste, così tante sette, così tante tradizioni, che per ogni principio che un sottogruppo crede inoppugnabile se ne trova un altro che crede nell'esatto contrario. Alcune sette tantriche hanno tradizioni rituali a base di sesso, consumo di carne e bevande inebrianti, mentre la maggior parte delle altre sette indù ha rigide proibizioni in relazione a tutte e tre. E questa stratificazione concettuale sembra riflettere le mille sfaccettature di questo paese. Oltre l’Induismo sono nate qui le altre tre grandi religioni del modo: il Buddismo, (praticata oggi dallo 0,8% della popolazione), il Giainismo (0,4%) e il Sikhismo (1,9%), mentre lo Zoroastrismo, l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam arrivarono entro il primo millennio d.C. dando forma, nella regione, ad una grandissima diversità culturale. Oggi i musulmani d’India sono più di 100 milioni e fanno del paese una delle più grandi nazioni islamiche della terra. L'islamismo è la religione dominante anche nei vicini Pakistan e Bangladesh e c'è una maggioranza musulmana in Jammu e in Kashmir. Proprio il Kashmir è la zona che riflette l’annosa rivalità tra India e Pakistan. Il nodo irrisolto tra i due paesi le cui trattative, per la prima volta dall’attacco di Mumbai nel 2008 sono ripartite il 25 gennaio 2010. Le trattative sono volte a risolvere storici conflitti, quali appunto la sovranità del Kashmir e il pericolo terrorismo. I negoziati rappresenterebbero solo un punto di partenza se consideriamo che le tensioni tra i due paesi non si sono mai attenuate. La settimana precedente l’incontro, tra il segretario degli esteri indiano Nirupama Rao e la controparte pakistana Salman Bashir, si è verificato un attentato nella città occidentale indiana di Pune, costato la vita a nove persone e di cui sono stati ritenuti responsabili i militanti pakistani. Il Kashmir è uno dei frutti della scissione del subcontinente indiano tra Pakistan e India, compiuto, nel 1947 dagli inglesi prima di restituire l’indipendenza a quei popoli.

Scene di ordinaria povertà in India.

(Fonte: www.asianews.it).

Tecnicamente, i governi degli Stati indiani avrebbero dovuto essere liberi di scegliere la nazione a cui appartenere. Il Kashmir era uno Stato a maggioranza musulmana, governato però da un maharajah indù. Quando il Pakistan invase il paese, il maharajah, preso dal panico, scelse l'India. Le Nazioni Unite nel 1949 imposero il cessate il fuoco, dividendo lo Stato tra Kashmir indiano e pakistano (il Pakistan ne ha poi ceduto una piccola porzione alla Cina, con forte disappunto di Delhi). Dal primo conflitto del 1948 la valle dell’Himalaya è stata teatro di altre due guerre, nel 1965 e 1971, mentre durante gli ultimi due decenni si sono trascinate diverse guerriglie. Oggi il Kashmir non riveste una particolare importanza economica o strategica per nessuna delle due nazioni, eppure continua ad essere motivo di costanti recriminazioni. I pakistani ritengono che uno stato a maggioranza musulmana debba appartenere a un paese creato appositamente per i musulmani del subcontinente indiano. Dal canto suo l’India teme che, concedendo l’indipendenza ai musulmani del Kashmir, si possa innescare una sorta di reazione a catena costringendola a concedere l’indipendenza ad altri territori che incarnano altri credo religiosi (sikh del Punjab o i cristiani del Nagaland potrebbero essere un esempio). E invece l’India continua a professare la sua laicità, in virtù di un’assenza di implicazioni politiche legate alla religione. Gli indipendentisti fautori del distacco dall’India hanno una chiara matrice religiosa di stampo islamico, con alcune differenziazioni: alcuni vogliono la piena indipendenza, mentre altri auspicano un’annessione al Pakistan. Ed è da quest’ultimo che arriva il grosso del sostegno agli indipendentisti. I gruppi principali che sostengono la causa sono il Fronte per la Liberazione del Jammu e del Kashmir, i Mujahedeen Hezb-ul, e la Lashkar-e-Taiba. Quest’ultima ha un sostegno forte da parte di Al-Qaeda. Fanno da corollario gli altri Paesi attigui, come l’Afghanistan, che costituisce una piattaforma logistica non indifferente, se si pensa che il Kashmir gli vende droga in cambio di armi. Pakistan a parte sembrano delicati anche i rapporti tra Cina e India, alcuni analisti indiani azzardano, addirittura, nell’ipotizzare l’ombra della Cina dietro la rivolta maoista che in più punti della repubblica federale sfida l’autorità dello Stato. Anche i rapporti con gli Stati Uniti sembrano subire qualche momento di destabilizzazione. Sino all’era Bush era l’India il principale alleato di Washington contro il terrorismo, ora quest’ultimo ha come primo partner proprio quel Pakistan da molti considerato il primo vero finanziatore dello stesso. A parte i conflitti interni e le questioni di politica estera l’India di oggi è un paese in continua evoluzione.

Mappa del Kashmir. (Fonte: www.india-defence.com).

La terra degli indù si preannuncia diventare il paese più popoloso al mondo, con il suo miliardo e duecentomila abitanti annuncia, infatti, il sorpasso demografico della Cina. Nei prossimi anni, la nuova ondata di investimenti esteri diretti che sta interessando l’India potrebbe indurla ad affermarsi come il secondo mercato emergente preferito di destinazione di attività economiche, dopo la Cina con la quale sembra ormai in definitiva concorrenza economica. Grazie a ciò e alla crescente integrazione economica con il resto del mondo, l’economia indiana sembra in crescita costante.
Recentemente, nel tradizionale discorso davanti ai due rami del Parlamento riunito a Nuova Delhi, il Presidente della Repubblica, Pratibha Patil, ha tracciato una sorta di "road map" che dovrebbe consentire all'India di colmare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche per sostenere la crescita dell'8.5% registrata negli ultimi cinque anni prima dell'arresto finanziario mondiale. Tra i punti principali dell'agenda politica che il governo bis di Manmohan Singh si propone di affrontare nei prossimi cinque anni c’è il coinvolgimento delle donne nella vita politica, nella Camera Bassa rappresentano appena il 10% dei deputati, 59 su 545 membri, nelle Assemblee dei singoli stati, invece, la quota femminile è addirittura significativamente inferiore, e lo dimostra il fatto che dei 248 seggi della Camera Alta, i cui rappresentanti sono eletti dai singoli stati, solo 21 sono occupati da donne. Convinzione da parte di chi si oppone alle “quote rosa”, la fazione socialista in particolare, è la possibilità che possano essere rappresentate le minoranze. Gli altri punti da affrontare saranno: lotta alla povertà, tolleranza zero verso il terrorismo, riforme economiche per attrarre investimenti dall'estero per contrastare il rallentamento della crescita. Paese all’avanguardia nell’informatica e nella farmaceutica con un sistema universitario in grado di competere con i più famosi rivali americani ed europei conta, peraltro, su un numero di 20-30 milioni di indiani trasferitisi oltre oceano. Molti di essi occupano anche cariche politico – economiche istituzionali che garantiscono un notevole flusso di valuta verso la madrepatria, che nel 2009 è stato calcolato pari a circa 40 miliardi di dollari, dei quali la maggior parte provenienti dai paesi del Golfo Persico. Ma il paese delle contraddizioni figura anche al centotrentaquattresimo posto nell’Indice di sviluppo umano stabilito dall’Onu (questi i dati 2007, pubblicati nel 2009). Gli analfabeti sono più di un terzo della popolazione mentre il 95% della forza lavoro è impiegata nell’economia informale (il 60% di essa è trae la propria fonte di sostentamento dall’agricoltura). La quota di popolazione che sopravvive con meno di un dollaro al giorno, nel 2004, secondo la Banca mondiale, era del 42%. Oggi la popolazione definita al di sotto della soglia di povertà sale dal 27,5% al 37,2% (42% per le aree rurali). Strade, porti, aeroporti sono, per l’India, ben lontani dagli standard occidentali o estremo – orientali e rappresentano un ulteriore gap da colmare. Non a caso notevole si annuncia l’investimento del governo di Delhi rispetto alle infrastrutture. Carenza di energia e quindi di elettricità rappresentano un altro limite per una realtà che eccelle proprio nella tecnologia. La scarsità dell’acqua con le inevitabili conseguenze politiche, sociali e ambientali nonché sanitarie sono un capitolo a parte e facilmente intuibili. Centinaia di milioni di indiani non possono fruire anche dei più elementari servizi igienici. Uno studio recentemente compiuto dall’Onu recensirebbe più telefonini che toilette: 545 milioni di persone (il 45% della popolazione) ne possiedono uno, ma solo 366 milioni di indiani dispongono di un bagno. Gli antipodi entro i quali si muove l’economia indiana è sintomatica anche della forte disuguaglianza sociale: tanta ricchezza si oppone, quindi, ad altrettanta povertà. I leggendari livelli di corruzione della burocrazia pubblica e il familismo della classe politica rappresentano un ulteriore problema. Il centro della scena politica è tuttora occupato dalla famiglia Gandhi, di cui Sonia, di origini italiane, è oggi la leader indiscussa, dotata, anche come capo del Partito del Congresso, di autorità superiore a quella del primo ministro, l’esperto economista Manmohan Singh. Insomma una serie interminabile di sfaccettature che costringono il pianeta India, un paese dalle alte potenzialità, a non poterle sfruttare ancora pienamente.

© Riproduzione riservata (15 maggio 2010)


 


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