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La civiltà dei Maya.©
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Un estratto del Codice di Dresda
(Codex Dresdensis), scritto in geroglifici maya.
(Fonte: it.wikipedia.org).
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3000 anni di storia e un mondo fatto di fascino e mistero, arte, scienza e
profezia, dove il tempo si rincorre ciclicamente nella sua perenne lotta tra il
bene e il male, dove l’eterno fluire dei giorni, dei mesi e degli anni è un
miracolo che fa dell’alba e del tramonto elementi dalla profonda sacralità. Ogni
gesto e ogni umana attività si costruisce sui segni che il giorno porta con sé.
Stiamo parlando dell’antica civiltà Maya e del fascino inesauribile della sua
cultura e della sua storia. E’ il pensiero Maya, infatti, che fa del centro
della creazione non l’uomo, ma l’alba. Ogni atto della creazione, del mondo e
dell’uomo, dei vegetali o degli animali, si compie regolarmente di notte e
termina prima dell’alba. Una civiltà, quella dei Maya, su cui l’attenzione
pubblica sovente ritorna, tanto per la complessità e la ricercatezza della
struttura e dell’organizzazione sociale, tanto per le sue proverbiali profezie.
Non ultima quella secondo cui il 21 dicembre 2012, segnerebbe la data della fine
del mondo.
L’origine dei Maya affonda le sue radici in un lontano passato, i primi
insediamenti sono fatti risalire, infatti, al 1500 a. C., le prime testimonianze
scritte risalgono invece al 300 a. C., momento in cui cominciano a svilupparsi
le prime città. L’antico impero è stato localizzato nei territori di Veracruz,
Yucatán, Campeche, Tabasco e Chiapas in Messico, la maggior parte del Guatemala
e alcune aree del Belize e dell'Honduras. La cronologia della civiltà Maya si
divide nel periodo Preclassico (dal 2000 a. C. al 250 d. C.) che vede
l’assestamento della civiltà, il Periodo Classico (dal 250 al 900 d.C.), che ne
segna l’apogeo e il Periodo Postclassico (dal 900 al 1450 d.C.) che mostra il
declino e l’influenza delle popolazioni straniere. Nonostante un’apparente
omogeneità culturale le concezioni artistiche e architettoniche dei tanti ceppi
Maya, essendosi sviluppate in regioni sostanzialmente diverse tra loro e in
periodi storici diversi, sono anche esse fondamentalmente diverse tra loro. Le
caratteristiche morfologiche del territorio messicano - umide foreste tropicali,
zone aride, alte montagne e fasce costiere – sembrano rispecchiare le tante
sfaccettature di questo crogiuolo di culture che, solo nel periodo classico,
riescono a raggiungere un punto d’incontro. La più dotta e la più raffinata
delle civiltà precolombiane lascia dietro di sé una scrittura logosillabica,
dove ciascun simbolo o grafema, poteva rappresentare una parola, avere un
significato a sé stante, o indicare foneticamente una sillaba. Larga parte degli
scritti Maya sono incisi su stele (ampie lastre di pietra ricoperte di incisioni),
colonne, architravi, scale e monumenti che contengono riferimenti alle date
principali della loro storia, alla loro mitologia e ai loro riti. La
comprensione di questi testi era ad esclusivo appannaggio della casta
sacerdotale e dei dignitari d’alto rango. Venivano anche scritti libri di carta
ripiegata ottenuta dalle fibre di agave, contenenti informazioni su diversi
argomenti: agricoltura, clima, medicina, caccia e astronomia. Storia, cultura e
tradizione di una civiltà verranno poi distrutte a sette anni dalla parziale
conquista degli Indios dello Yucatan, nel 1549, quando padre Diego De Landra si
sforzerà di estirpare completamente costumi e credenze di un popolo che “doveva
essere” convertito al Cattolicesimo.
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Il calendario Maya Haab, lungo 365
giorni, legato al ciclo delle stagioni.
(Fonte: www.2012dayafter.com).
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In un gesto sconsiderato tutti i libri indigeni sono stati distrutti. A
sopravvivere sono soltanto tre codici maya, tutti e tre scoperti in Europa, dove
con tutta probabilità erano stati spediti da monaci o soldati al momento della
conquista. Si tratta del Codex Dresdensis, del Codex Tro-Cortesianus e del Codex
Peresianus, rispettivamente conservati a Dresda, Madrid e Parigi. Il primo è un
trattato di astrologia, con oroscopi e riti, che ha consentito di individuare il
celebre calendario Maya. Il secondo è un libro di divinazione, il Codex
Peresianus che fa, invece, riferimento agli dei katun e reca anche una serie di
glifi che figurano nella “Relacion de las Cosas de Yucatàn”. Nel 1566 padre De
Landa redige tale relazione, dove riproduce certi glifi, calendari e segni
ancora in uso nello Yucatàn al tempo del suo ministero. Egli li aveva visti
disegnati nei libri "blasfemi" che ha fatto bruciare e ce ne fornisce la
trascrizione. L’onda colonizzatrice era giunta sulle coste messicane nel XVI
secolo. Gli spagnoli e i suoi conquistadores portarono con sé morte e
distruzione. Le devastanti epidemie da essi portate, le destabilizzanti guerre
interne alla popolazione indigena, nonché la costante opera colonizzatrice ha
finito per sterminare quasi totalmente la civiltà Maya. Al 1627 risale la
conquista spagnola dell’ultima città maya. Monumenti civici e religiosi,
residenze di corte e luoghi d’incontro facevano parte della complessa
architettura della civiltà Maya. Una propensione artistica, quella dei Maya, che
si valeva anche di importanti capacità nel disegno, testimone di una sensibilità
paragonabile a quella asiatica. All’ombra delle città si trovavano i campi di
mais. Tutto ciò che facevano e tutto ciò in cui credevano era strettamente
legato al ciclo del mais. I templi e i sacrifici dei Maya erano destinati ad
assicurare al popolo un ampio raccolto, l’elaborata teologia era uno strumento
di propiziazione del potere, ma anche dei frutti della semina, lo stesso
calendario era suddiviso in base al lavoro da compiere nei campi.
La cronologia della civiltà Maya prende le mosse da un preciso momento storico
individuato nel 3114 a.C., anno immediatamente successivo a una probabile
catastrofe e a una nuova successiva creazione del mondo. Quanto al calendario
essi lo condividevano con altri popoli dell’America Centrale, Toltechi e Aztechi
con precisione, seguendo una struttura molto complessa basata su più cicli di
durata diversa. Per poter stabilire i rapporti tra gli eventi e gli avvenimenti
terrestri i Maya avevano elaborato un calendario rituale Tzolkin di 260 giorni,
basato su due cicli più brevi, uno di 20 e l’altro di 13. La combinazione di
questi due cicli formava un ciclo di 260 giorni. Altro punto di riferimento
temporale è il ciclo Haab, lungo 365 giorni, un calendario civile legato al
ciclo delle stagioni. Era composto da 18 mesi di 20 giorni ciascuno, a cui si
aggiungevano altri 5 giorni detti Uayeb, giorni nefasti, definiti anche giorni “perduti”.
Con i suddetti giorni si completava il computo dei 365 giorni dell’anno. La
combinazione di questi due calendari veniva incisa con glifi e segni numerici su
una ruota calendaria. Ma non si soleva numerare né gli anni del ciclo Tzolkin né
di quello Haab, cosa che avveniva con il ciclo detto “Lungo Computo”: una
numerazione progressiva dei giorni in un sistema di numerazione posizionale
misto. Secondo i Maya, ciascun ciclo del Lungo Computo, corrisponde ad un’era
del mondo, e il passaggio da un’era all’altra è segnata da un cambiamento
preceduto da eventi più o meno significativi.
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Riproduzione riservata (15
maggio 2010)
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