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Il rischio vulcani.©
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Nella foto, il ghiacciaio
Eyjafjallajökull visto dall'isola Heimaey: il ghiacciaio ricopre il
vulcano Eyjafjöll. Nel riquadro, l'eruzione del 20 marzo. (Fonte:
it.wikipedia.org).
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Riposava
da circa due secoli quando, improvvisamente, aprendo una frattura di due
chilometri ha ricominciato la sua attività eruttiva. Stiamo parlando del vulcano
Eyjafjöll (noto anche con il nome di Eyjafjallajökull) situato nella regione a
sud dell’Islanda che dal 20 marzo scorso ha ricominciato la sua attività
eruttiva, preceduta da un’elevata attività sismica e da deformazioni del suolo,
iniziate nel dicembre 2009.
Esempio
affascinante della forza inarrestabile della natura, il vulcano Eyjafjöll, con
la sua nube di cenere, ha messo in ginocchio in pochi giorni il traffico aereo
europeo. L’eruzione, infatti, è avvenuta in tre fasi: una prima più debole,
cominciata il 21 marzo e conclusa il 12 aprile. Una seconda fase che ha avuto
inizio intorno alla mezzanotte tra il 13 e il 14 aprile e una terza fase
iniziata qualche giorno fa. La seconda fase ha causato gravi problemi alla
circolazione degli aerei in tutto l’emisfero settentrionale. Si tratta, infatti,
di un’eruzione esplosiva avvenuta sotto un ghiacciaio, per cui l’acqua generata
dalla fusione del ghiaccio, oltre a generare gravi inondazioni sul posto, quando
entra a contatto con il magma, fa aumentare il tasso di frantumazione delle
rocce e dunque la formazione di polveri sottili. Queste polveri nel caso fossero
entrate nei motori degli aerei avrebbero potuto rovinarli o addirittura
deteriorarli completamente, esse, infatti, fondono per il calore e si depositano
sulle turbine, danneggiandole irrimediabilmente. Era il dicembre del 1821,
quando l’Islanda ha registrato l’ultima eruzione di questo vulcano, durata,
peraltro, circa due anni. Difficile prevedere la durata dell’eruzione. La nube
generata dall’Eyjafjöll si è mossa velocemente attraverso i cieli europei perché
è composta da polvere molto fine e spostata dai venti molto veloci che si
trovano nell’alta atmosfera. La colonna di polvere che si alza dal vulcano,
infatti, è alta circa 8 km, quota entro cui si muove gran parte del traffico
aereo. Una quota che scongiurerebbe anche le possibili ipotesi allarmistiche sul
mutamento della temperatura globale. Gli esperti assicurano che non ci sono
elementi che facciano supporre il raggiungimento della stratosfera da parte
delle polveri (che comincia a circa 12 km di quota). Rimanendo entro gli 8 km di
altezza, le polveri restano in atmosfera circa due settimane prima di
raggiungere il suolo. Nel caso in cui raggiungessero la stratosfera,
un’eventualità possibile solo nel caso in cui l’eruzione si protrarrebbe più del
previsto, la radiazione solare potrebbe essere oscurata e il pianeta
raffreddarsi. Così come accadde in occasione dell’eruzione di Pinatubo nelle
Filippine, nel 1991. Per un calcolo puramente statistico ora a preoccupare è
l’eventuale eruzione di un vulcano posizionato qualche chilometro ad est
dell’Eyjafjöll. Emissioni di lava dal cratere del Katla, questo il nome del
vulcano, sono state sovente immediatamente successive a quelle dell’ Eyjafjöll.
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Nel grafico, le zone di pericolosità
dell'area vesuviana individuate dalla Protezione Civile. (Fonte:
www.protezionecivile.it).
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“Un
unico grande vulcano” è stata definita l’Islanda, in quanto altro non è che un
tratto di dorsale oceanica emersa in superficie. Le dorsali sono le lunghe
fratture sottomarine che separano due zolle terrestri e da cui fuoriesce una
grande quantità di magma. In più, l'Islanda si trova in quello che i geologi
chiamano un "punto caldo", da cui il magma fuoriesce da lungo tempo direttamente
dal mantello terrestre. Eppure, nonostante ciò, i timori islandesi per le
possibili ripercussioni delle eruzioni sulla sicurezza umana non reggono in
alcun modo il confronto con alcune realtà italiane.
Ad oggi l’area sottostante il vulcano è quasi completamente disabitata e le
poche fattorie (700 persone in tutto) alla base dello stesso sono state
completamente evacuate. Anche l’Italia registra una forte attività vulcanica sul
suo territorio Quiescenti, estinti o attivi che siano i vulcani popolano
l’Italia: dall’Etna a Stromboli, da Lipari a Ischia, sino ai Campi Flegrei.
Mediamente però, a differenza di altre realtà, nel nostro paese le aree
adiacenti ai vulcani non hanno tenuto conto della pericolosità degli stessi,
generando situazioni ad alto rischio. Esempio emblematico, sintomatico della
leggerezza umana e della speculazione economica è il Vesuvio. Dalla sua ultima
eruzione, nel 1944, il vulcano si trova in uno stato di quiescenza. Oggi non si
registrano fenomeni precursori indicativi di una possibile ripresa dell’attività
eruttiva, ma gli esperti non ne escludono il risveglio. In base ai risultati
degli studi vulcanologici condotti recentemente al Vesuvio, che hanno consentito
di ricostruirne la storia eruttiva, il comportamento del sistema magmatico nel
tempo e lo stato attuale di attività del vulcano, il Gruppo Nazionale per la
Vulcanologia ha definito la massima eruzione attesa nel caso di ripresa
dell'attività eruttiva a breve-medio termine (dell'ordine di decine di anni).
Tale evento sarà probabilmente rappresentato da un’eruzione sub pliniana analoga
a quella verificatasi nel 1631. E’ importante evidenziare che l’evento massimo
atteso non è necessariamente il più probabile: l’effettiva eruzione potrebbe
essere più modesta dell'evento considerato come riferimento per l’elaborazione
del piano di emergenza. Poiché è impossibile, con le attuali conoscenze,
prevedere prima dell'eruzione la sua dinamica eruttiva e la quantità di magma
emesso, la decisione presa dalla Protezione Civile è stata quella di considerare,
come scenario di riferimento, l'evento massimo atteso nel caso di ripresa
dell'attività del Vesuvio a breve-medio termine. Lo scenario di riferimento
prevede che potranno verificarsi dapprima una serie di esplosioni connesse alla
riapertura del condotto, precedute da sismicità, deformazione del suolo,
incremento delle emissioni gassose, attivazione di nuove fumarole e apertura di
fratture. Si innalzerà poi dal vulcano una colonna eruttiva composta da vapore,
gas, frammenti di magma (pomici e ceneri) e frammenti di roccia (litici), che
potrà raggiungere un’altezza di decine di chilometri. L'unica difesa per la
popolazione da un'eruzione esplosiva del tipo di quella descritta è
l'allontanamento dall'area a maggior rischio, cioè quella che può essere invasa
dai flussi piroclastici, prima dell'inizio dell'eruzione. Negli ultimi anni
evacuazioni tempestive hanno salvato centinaia di migliaia di vite umane; basti
citare per tutte le recenti eruzioni di vulcani Pinatubo nelle Filippine, Usu in
Giappone, Tavurvur e Vulcan in Nuova Guinea e Popocatepelt in Messico. Al
contrario, decine di migliaia di morti si sono avute quando ai fenomeni
precursori manifestati dal vulcano non sono seguiti interventi adeguati, come al
Nevado del Ruiz in Colombia, nel 1986.
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Nella foto, una vista aerea del
Vesuvio e della urbanizzazione dell'area vesuviana.
(Fonte: archingeo.wordpress.com).
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A causa
dell’eccessiva urbanizzazione sviluppatasi negli ultimi decenni alle sue falde -
nell’area vesuviana e flegrea a più alto rischio vivono circa 1.000.000 di
persone - il Vesuvio è oggi uno dei vulcani più pericolosi nel mondo. Inutile
dire che un’eventuale eruzione rappresenterebbe una vera e propria catastrofe
per la collettività. Per questo motivo al Vesuvio sono installati strumenti per
il monitoraggio continuo della sismicità, delle deformazioni del suolo e delle
emissioni di gas dal suolo e dalle fumarole. Inoltre si effettuano periodiche
campagne per la misura di particolari parametri geofisici e geochimici. I dati
prodotti sono analizzati da sistemi automatici e controllati dai ricercatori dei
diversi settori mentre in ambito operativo è compito dello Stato d’intesa con le
Regioni e gli Enti locali stabilire le eventuali strategie per approvare e
attuare eventuali piani di emergenza. In base allo scenario eruttivo della
massima eruzione attesa è stato elaborato da una Commissione istituita dal
Ministro della Protezione Civile un piano di emergenza nazionale dell'area
Vesuviana che ha peraltro individuato tre zone ad alto rischio. La zona
immediatamente adiacente il vulcano (la cosiddetta zona rossa) che comprende
diciotto comuni, un totale di circa 200 kmq e circa 600.000 abitanti: è la zona
a maggiore pericolosità in quanto potenzialmente soggetta all'invasione dei
flussi piroclastici, ossia miscele di gas e materiale solido ad elevata
temperatura che, scorrendo lungo le pendici del vulcano ad alta velocità,
possono distruggere in breve tempo tutto quanto si trova sul loro cammino; 96
comuni di cui numerosi anche in provincia di Avellino, Benevento e Salerno,
1.100 kmq e 1.100.000 abitanti, rappresentano la zona gialla e corrispondono a
tutta l'area che potrebbe essere interessata dalla ricaduta di particelle
piroclastiche (ceneri e lapilli) che possono, fra l'altro, apportare un
sovraccarico eccessivo sui tetti degli edifici fino a determinarne il crollo.
Ultima è la zona blu che ricade all'interno della zona gialla, ma è soggetta a
un ulteriore agente di pericolosità. Corrisponde, infatti, alla "conca di Nola"
che, per le sue caratteristiche idrogeologiche, potrebbe essere soggetta a
inondazioni e alluvioni oltre che alla ricaduta di ceneri e lapilli. La zona blu
include 14 Comuni della Provincia di Napoli, per un totale di 180.000 abitanti.
Si parla di zone e possibili evacuazioni, ma sarà davvero possibile gestire in
tempo l’evacuazione di una zona così densamente popolata? Uno scenario ai limiti
dell’immaginazione quello che si spalancherebbe in caso di eruzione del Vesuvio,
per nulla paragonabile all’Eyjafjöll islandese, dove la forza inarrestabile
della natura più che un suggestivo spettacolo e un possibile preoccupante
retroscena, potrebbe scatenare un’immane tragedia dove impotente, l’essere umano
si potrebbe trovarsi molto probabilmente a dover pagare il prezzo delle sue
incoscienti speculazioni economiche.
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Riproduzione riservata (15
maggio 2010)
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