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Copenaghen: un'occasione perduta.©

 

E' stata la città di Copenaghen, lo scorso dicembre, ad aprire le porte alla United Nations Framework Convention on Climate Change (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici). I rappresentanti dei paesi industrializzati e in via di sviluppo si sono riuniti nel tentativo di individuare delle soluzioni sui cambiamenti climatici e sulle eventuali problematiche a essi connessi. Il vertice sul clima avrebbe dovuto negli auspici segnare, come è stato più volte sottolineato, il passaggio dal tempo delle parole a quello dell’agire, nel tentativo di arginare quella che si preannuncia come una delle maggiori sfide che l’umanità è chiamata ad affrontare nei prossimi anni. Punto di partenza e base scientifica da cui si è partiti il quarto rapporto dell’IPCC del 2007 (Intergovernmental Panel on Climate Change), con tutti gli aggiornamenti e gli avanzamenti maturati nel frattempo dagli esperti e il palese riferimento alle responsabilità dell’attività umana rispetto al surriscaldamento globale.      

Copenaghen avrebbe dovuto fungere da teatro per fissare gli obiettivi di riduzione vincolanti dei gas serra, stabilire gli obiettivi a lungo termine fino al 2050 e a breve termine fino al 2020, definire chiaramente come raggiungerli, e mettere a disposizione le risorse finanziarie per poterli centrare.  Occorreva stabilire i termini per evitare che il surriscaldamento planetario possa raggiungere i livelli pericolosi prospettati dalla comunità scientifica, vale a dire un aumento della temperatura di oltre 2°C, nonché una serie di interventi volti alla tutela dei paesi economicamente in via di sviluppo e quelli colpiti dai mutamenti climatici. Alla fine il testo che viene fuori dal summit di Copenaghen è un accordo non vincolante né legalmente né politicamente, un documento di impegno politico e non un protocollo attuativo, che stabilisce di contenere entro i 2°C l'aumento della temperatura media planetaria rispetto al livello preindustriale. E’ stato bypassato, di fatto, per tutti i paesi, ogni riferimento al taglio rispetto alle emissioni di gas serra, che nella bozza dell’accordo prevedeva una riduzione dell’80% al 2050, passata poi al 50% (iniziativa di cui si era fatta portavoce l’Europa e fortemente contrastata dalla Cina). Il vincolo è poi scomparso definitivamente. Stabilito, invece, un meccanismo di sostegno finanziario, il Green Climate Fund, destinato principalmente ai paesi più vulnerabili per sostenerli a contenere l'impatto dei cambiamenti climatici. In base a tale impegno saranno stanziati 30 miliardi di dollari all’anno dal 2010 al 2012 cercando di arrivare a 100 miliardi per 2020. L’impegno dei paesi economicamente emergenti ad attuare delle politiche di contenimento e a comunicare i risultati raggiunti ogni due anni; sintonia di tutti i paesi sulla importanza della riduzione della deforestazione e del degrado forestale gli altri due punti venuti fuori dal summit di Copenaghen. L’accordo è stato raggiunto grazie a una convergenza di prospettive tra Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica con il palese disappunto dei paesi in via di sviluppo e lasciando l’Europa “fuori dalla porta”. E’ stato definito “un accordo a metà” che non soddisfa ambientalisti e comunità scientifica, ma soprattutto non risponde alle esigenze dei più deboli e che rimanda il tutto a giugno, dove sarà convocato un altro vertice per preparare l’appuntamento annuale di dicembre, che si terrà probabilmente in Messico.    

Dall'alto: Concentrazione di CO2 in atm (ppmv); incremento della temperatura atmosferica (°C); Innalzamento del livello del mare, negli ultimi 50 anni.

(Fonte: ENEA, RAPPORTO ENERGIA E AMBIENTE 2008).

Mentre il mondo continua a discutere, i cambiamenti climatici seguitano a mutare la fisionomia del nostro pianeta, con le conseguenze che, ormai, sono note a tutti. I negazionisti dei cambiamenti climatici persistono: sarebbero le cause naturali a determinare i cambiamenti climatici ed è pertanto superfluo costringere tutti a mutare stile di vita o le multinazionali del petrolio a ridurre i profitti; ma i numeri della comunità scientifica dicono altro e lanciano l’allarme.  Specifici parametri che segnano i cambiamenti climatici sembrano aver registrato mutamenti considerevoli rispetto alla variabilità standard sinora sperimentata. Concentrazione di CO2 nell’atmosfera, temperatura media superficiale globale, il livello del mare, la temperatura globale degli oceani e la loro acidificazione, l’estensione del ghiaccio nel mare artico, la frequenza e l’intensità di eventi climatici estremi, questi alcuni dei parametri che hanno subito alterazioni considerevoli negli ultimi decenni e che andrebbero tenuti sotto controllo. 

In assenza di un controllo sulla riduzione delle emissioni, molte di queste tendenze climatiche sembrerebbero destinate a subire una più celere evoluzione, con una crescente probabilità di improvvisi o irreversibili cambiamenti climatici.

Le più recenti indagini condotte in merito indicano che le società e gli ecosistemi sono estremamente sensibili anche alle modeste variazioni di alcuni parametri climatici e che, gli ecosistemi e la biodiversità, nei paesi più poveri, sono esposti ai rischi maggiori. Aumenti di temperatura significativamente superiori ai 2 °C, potrebbero causare gravi disagi sociali e ambientali per il prossimo futuro. A oggi stiamo già pagando le conseguenze dell’innalzamento di 1°C. Ma a guardare oltre significa parlare del pericolo di minare la sopravvivenza di quei popoli che rappresentano una piccola fetta di mondo, del cui futuro non possono scegliere e essere i diretti responsabili. Persone costrette ad emigrare a causa di fattori ambientali quali siccità, deterioramento della terra o grandi eventi atmosferici. Elemento non nuovo alla storia dell’umanità: ciò che è nuovo, però, è il numero di persone che si pensa possano essere coinvolte da questo fenomeno se non si cercherà di arginare le problematiche derivanti dai mutamenti climatici. Non a caso si incomincia a parlare di “rifugiati climatici” per tutti i popoli che abitano quelle isole che rischiano di sparire per l’innalzamento del livello del mare (è il caso delle isole coralline del Pacifico o i piccoli stati insulari di Tuvalu e Kiribati ad esempio) o causa della desertificazione (i profughi della sete costretti a cercare risorse altrove dal Bangladesh all’Africa si moltiplicano costantemente). Secondo le stime dell’International Organization for Migration gli ultimi trenta anni hanno visto un reale incremento dei numeri in questo senso. Nel 2008 sono stati 20 milioni le persone sradicate dalle loro terre o permanentemente in movimento a causa dei cambiamenti climatici, contro i 4,6 milioni dei rifugiati a causa di conflitti e violenze. Se non fossero prese delle misure precauzionali adeguate la previsione parla di un numero che può variare dai 25 milioni a un miliardo di persone.

Previsione sulla ripartizione delle energie rinnovabili in Italia al 2020 (Fonte: rapporto AMBIENTE ITALIA - uno scenario Low carbon 2020).

Ridurre il rischio significa mettere in atto interventi rapidi ed efficaci per la regolamentazione delle emissioni in ambito nazionale e internazionale per non rischiare di giungere a un punto di non ritorno, che renderebbe più difficile e costoso il ripristino delle condizioni. L’innalzamento delle temperature è direttamente proporzionale al crescere dell’emissione di anidride carbonica dovuta all’utilizzo di combustibili fossili come carbone, petrolio e derivati. Gli ostacoli alle soluzioni per il cambiamento climatico non sono mai stati tecnologici ma politici ed economici. I paesi dalle politiche economiche emergenti hanno bisogno di uscire dalla povertà e questo rende per loro impossibile rinunciare a bruciare combustibili fossili o a tagliare le foreste. Non a caso tra i paesi più inquinanti per emissione di gas serra nel mondo, oltre Stati Uniti e Giappone rinveniamo l’Indonesia ed economie emergenti quali India e Cina.

Le condizioni necessarie per arginare il problema dei mutamenti climatici sono un’effettiva politica di regolamentazione della CO2 credibile sul lungo termine e l'adozione di politiche che promuovano l'efficienza energetica e le tecnologie a basse emissioni di carbonio, una revisione della gestione della risorsa idrica, il riciclaggio di materie prime e rifiuti, il rispetto di un consumo ecosostenibile. La quota mondiale circa il ricorso a risorse energetiche rinnovabili quali l’energia eolica, solare o fotovoltaica è senza dubbio aumentata, ma non è ancora tale da poter rappresentare un’ancora cui aggrapparsi. Secondo i dati dell’ultimo rapporto “Energia e Ambiente” presentato dall’Enea, a livello globale il mercato delle tecnologie per la produzione di energia prodotto da fonti rinnovabili  rappresenta un comparto in forte ascesa, con investimenti che hanno superato i 160 miliardi di dollari nel 2008 e 2 milioni di addetti in tutto il mondo, nei prossimi anni potrebbe portare a un fatturato complessivo di 280 milioni di dollari se sostenuta dalla più recente  politica energetica della Comunità Europea e dall’amministrazione Obama negli Stati Uniti.

Far ricorso ad essi richiede investimenti sostanziali da parte di enti pubblici e privati, sacrifici economici e quindi un serio rischio in termini di competitività globale.

Un rischio che il protocollo di Kyoto, nel 1997 aveva tenuto ben presente, (George W. Bush aveva chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di trattativa mondiale rispetto agli effetti del “global warming”) e che, a Copenaghen, i “grandi” della terra non hanno sottovalutato nel prendere le proprie decisioni.

© Riproduzione riservata (1 febbraio 2010)


 


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