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Salute
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Fonte: www.medicinalive.com |
La nuova pillola abortiva.©
Si è concluso lo scorso dicembre il lungo iter che ha autorizzato l’utilizzo
della pillola abortiva RU486 nelle strutture sanitarie italiane. A porre la
parola fine a un lungo percorso fatto di polemiche e recriminazioni, mosse da
argomentazioni di carattere politico ed etico, è stata la pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco a
base di mifepristone (Mifegyne) da parte dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco).
Approda quindi, ufficialmente, anche in Italia la possibilità di scegliere tra
l’interruzione di gravidanza di tipo farmacologico in alternativa a quello
chirurgico. La pillola Mifegyne già utilizzata in Francia dal 1988, nel 1990 fu
autorizzata in Gran Bretagna, un anno dopo in Svezia; dal 1999 in Germania,
Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele,
Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione
russa; dal 2005 è inserita nella lista dei farmaci dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità (Oms). In Italia a garanzia e tutela della salute della donna,
l’utilizzo del farmaco dovrà essere subordinato al rigoroso rispetto della legge
che disciplina l’interruzione volontaria della gravidanza nel nostro paese (L.
194/78). In particolare deve essere garantito il ricovero in una struttura
sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n.194, dal momento
dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della
gravidanza, escludendo la possibilità che si verifichino complicazioni. La
stessa legge n.194 prevede l’attento monitoraggio del percorso abortivo per
ridurre al minimo eventuali problematiche successive (emorragie, infezioni ed
eventi fatali).
La RU486, il pomo della discordia dello scorso quinquennio, è una pillola che in
Italia può essere somministrata, entro la settima settimana a partire dal primo
giorno dell’ultima mestruazione, anziché la nona come avviene in gran parte
d’Europa. Scelta determinata dal fatto che, tra la settima e la nona settimana,
è stato individuato il maggior numero di casi di interruzione di gravidanza
attraverso il metodo chirurgico tradizionale, ma soprattutto perché la
bibliografia disponibile circa il suddetto farmaco sembra avvertire sui rischi
teratogeni connessi alla possibilità del fallimento di interruzione
farmacologica di gravidanza e del sensibile incremento della percentuale di
complicazioni.
La pillola in questione, che blocca l’effetto dell’ormone progesterone
necessario alla gravidanza, per poter agire ha bisogno del supporto di un altro
farmaco, la prostaglandina, che provocherebbe le contrazioni uterine atte a
favorire l’espulsione dell’embrione, embrione che in questo stadio misura tra i
due e gli otto millimetri a seconda della durata della gravidanza. La
prostaglandina deve essere assunta due giorni dopo la Myfegyne. Entrambe le fasi
avvenendo all’interno di strutture sanitarie appropriate e in presenza di
personale medico adeguato, consentirebbero alla donna di rimanere sotto
osservazione per le ore immediatamente successive, durante le quali avverrebbe
l’espulsione dei tessuti embrionali. In qualche caso l'espulsione può
verificarsi già prima dell'assunzione della prostaglandina o nei giorni
successivi. Una seconda dose di prostaglandina riduce la percentuale di
espulsioni tardive e aumenta l'efficacia. Tale processo avviene mediante
sanguinamento e contrazioni. In pratica è come se si avesse il ciclo mestruale,
per alcune donne è più intenso per altre meno. Il dolore che si manifesta sotto
forma di crampi può variare a seconda dei casi ma aumenta in prossimità
dell'espulsione, riducendosi nettamente subito dopo. Le perdite di sangue in
realtà risultano più abbondanti di una mestruazione normale e durano circa 9
giorni: sono massime al momento dell'espulsione, variabili per quantità e durata.
Il fastidio in alcuni casi potrebbe anche prolungarsi. Effetti correlati
all’assunzione della prostaglandina potrebbero essere la nausea (34-72%), il
vomito (12-41%) o la dissenteria (3-26%). Essi possono anche variare in base
alla settimana di assunzione, al vissuto della decisione di abortire e alle
condizioni emotive complessive.
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Tassi di abortività del 2007
in Italia, ovvero il numero di interruzioni volontarie di
gravidanza (IVG) per 1000 donne in età feconda, fra 15 e 49 anni.
Il tasso di abortività è raccomandato dall’OMS come indicatore
più accurato per una corretta valutazione della tendenza al
ricorso all’IVG. (Fonte Ministero del Lavoro, della Salute e
delle Politiche Sociali, luglio 2009) |
Rispetto ai metodi tradizionali
l’aborto con la Ru486 non richiede né l’anestesia né l’intervento chirurgico e,
se usata correttamente, funziona nel 95,5% dei casi. La statistica parla di un
trattamento sicuro che però va effettuato rispettando scrupolosamente le
indicazioni raccomandate, delle quali l’aspetto principale sono i tempi. L’esito
del trattamento viene verificato con un’ecografia dopo quattordici giorni.
Qualora vi sia un’espulsione incompleta o si verifichi l’insuccesso
dell’intervento occorrerebbe ricorrere alla procedura tradizionale. L'aborto
chirurgico invece, praticato legalmente in Italia da trent’anni, prevede, come è
noto, un intervento con anestesia e ricovero. La donna deve formulare una
richiesta scritta, controfirmata da un medico non obiettore, i tempi per
maturare la scelta si prolungano e non avvengono, infatti, prima della settima
settimana, limite massimo è di dodici settimane e sei giorni. L'operazione
prevede lo svuotamento dell'utero in anestesia locale o generale. Anche in
questo caso possono esserci delle complicazioni (perdite ematiche, traumi o
ferite al collo dell’utero e/o alla parete uterina, infezioni, eliminazione
incompleta dei tessuti embrionali con conseguente necessità di una seconda
aspirazione) sebbene il dolore immediato sia attutito dall'anestesia. In realtà,
se la donna optasse per un intervento chirurgico tradizionale, salvo
complicazioni, sia in anestesia locale che generale, i tempi di risoluzione si
riducono a una giornata, mentre nel caso dell’aborto farmacologico occorrono
secondo gli esperti tre giorni per il 70% delle donne, per il 30% un giorno in
più.
Gli studi più recenti circa una scelta di interruzione di gravidanza a carattere
farmacologico hanno evidenziato come, per la donna, le conseguenze psicologiche
prima e dopo l’aborto non siano diverse rispetto a un intervento di tipo
chirurgico. Unico elemento evidenziato in merito risulterebbe il sollievo
psicologico derivante dal fatto che l’intervento farmacologico, in ordine
temporale, può avvenire prima rispetto all’altro, riducendo pertanto l’ansia
dell’attesa. Consapevolezza e parziale intimità dell’intervento potrebbero
peraltro supportare psicologicamente la paziente. Il tutto non rappresenta
certamente una regola: ogni individuo costituisce un universo a sé e le
conseguenze psicologiche di una scelta del genere possono mutare da persona a
persona.
La molecola mifepristone, il vero nome della Ru486, non è da confondersi con la
cosiddetta “pillola del giorno dopo” (Levonorgestrel). Il Levonorgestrel è solo
un contraccettivo ad alto dosaggio, sia per i tempi di assunzione, sia per il
meccanismo di azione. La pillola abortiva interferisce, invece, con i recettori
per il progesterone, bloccandoli; impedendo l’azione di questo ormone protettivo
della gravidanza, induce un aborto chimico. Inibisce lo sviluppo dell’embrione e
favorisce il distacco “a stampo” del sacco che contiene l'embrione dalla mucosa
interna dell’utero.
Il laboratorio farmaceutico che si è fatto pioniere della diffusione del
trattamento farmacologico per l’interruzione di gravidanza, in alternativa
all’intervento di tipo chirurgico, è di origine francese. Exelgyn, questo il suo
nome, ha registrato e messo in commercio la Ru486 in più di venti paesi con il
nome di Mifegyne, antiprogestinico venduto con il nome di Mifeprex in America.
E’ opportuno ricordare che, anche con la nuova normativa, il farmaco sarà
distribuito solo in ambito ospedaliero e che, pertanto, non sarà consentita la
vendita al pubblico, in contraddizione al fatto che è possibile reperire la
Ru486 anche on-line. Cosa che evidentemente non fornisce garanzie circa
l’efficacia e la sicurezza del farmaco. I dati del 2008, secondo i quali il
reperimento via web e “il fai da te”, maggiore in quei paesi con una
legislazione più restrittiva sull’aborto, l’11% delle donne che ha optato in tal
senso è stata costretta a un’interruzione di gravidanza di tipo chirurgico, a
causa del sopraggiungere di complicazioni. Approvata l’interruzione di
gravidanza a carattere farmaceutico anche in Italia, e stabiliti i termini e le
condizioni entro cui agire, la querelle non si placa. Se da un lato i
rappresentanti ecclesiastici ne condannano l’utilizzo per ragioni etiche e
morali, le discussioni politiche procedono circa l’eventuale durata del ciclo di
osservazione della paziente: nella delibera dell'Aifa (Agenzia Italiana del
Farmaco), pubblicata lo scorso dicembre, si parla di ricovero "dal momento
dell'assunzione del farmaco fino alla verifica dell'espulsione del prodotto del
concepimento".
Secondo qualcuno, la frase lascerebbe aperta anche la possibilità del day –
hospital, qualora la paziente firmi per lasciare la struttura ospedaliera,
aprendo una problematica che potrebbe essere poi rimessa alla discrezionalità
delle Regioni o alla necessità di un delineamento di un’unica linea guida in
proposito. D’altra parte in Italia ci sono regioni che somministrano il farmaco
negli ospedali pubblici delle Asl già da quattro anni, acquistandolo all'estero
caso per caso. Nel 2006/2007 gli ospedali che offrivano questo metodo erano già
26, dislocati nelle regioni di Piemonte (Torino), Trentino, Liguria,
Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Puglia. Alcune regioni prevedevano il ricovero
ordinario, come la Toscana, dove non cambierà nulla, mentre in regioni come
l’Emilia Romagna continueranno con il day - hospital. Il numero di Interruzioni
volontarie di gravidanza per mille donne in età feconda tra i 15 e i 49 anni nel
2008 è risultato pari a 8,7 per mille, con una riduzione del 4,6% rispetto al
2007 (9,1 per mille) e una riduzione del 49,4% rispetto al 1982 (17,2 per
mille).
Per quanto concerne le minorenni, nel 2007 è risultato pari a 4,8 per mille,
contro il 4,9 per mille del 2006. Alta percentuale degli aborti è stato
individuato tra le donne straniere, soprattutto provenienti dall’Europa dell’Est.
32,2% è il dato del 2007, con un incremento rispetto agli anni precedenti: 31,6%
è la percentuale del 2006, 10, 1% quella del 1998.
A rientrare tra i dati circa l’interruzione di gravidanza volontaria ci sono
quelli dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che riportano una cifra
pari a 68.000 decessi nel mondo dovuti all’aborto clandestino. Una cifra ancora
decisamente rilevante. Chi nel mondo si è fatto promotore della
commercializzazione della Ru486 ha argomentato la possibilità che questo farmaco
essendo più facile da usare avrebbe potuto ridurre la piaga degli aborti
clandestini e il numero dei decessi a essi correlati. In realtà, probabilmente,
proprio la propagandata semplicità circa l’assunzione del farmaco potrebbe
facilitarne il mercato clandestino. E in nome di questa semplicità, per retaggi
sociali e culturali, donne in difficoltà non potrebbero essere incentivate a
nascondere un’eventuale gravidanza e l’aborto conseguente mediante la
clandestinità?
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Riproduzione riservata (1
febbraio 2010)
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