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Benazir Bhutto (Karachi, 21 giugno 1953 – Rawalpindi, 27 dicembre 2007).

Il Pakistan di Benazir Bhutto a due anni dalla scomparsa.©

 

Era il 27 dicembre del 2007 quando il Pakistan veniva violentemente privato del carisma di Benazir Bhutto. A due anni dalla sua scomparsa il paese si ritrova a fare i conti con i problemi di sempre e ci si chiede se e come è stata raccolta l’eredità di questo personaggio. Leader indiscusso del PPP (Pakistan People Party) e personalità autorevole della realtà politica pakistana, le era stata unanimemente riconosciuta la capacità di incentivare la stabilizzazione del paese, attraverso la formazione di un governo rappresentativo della volontà popolare, accettato dall’esercito e deciso a perseguire la lotta al terrorismo.      

L’assassinio della prima donna premier cui i cittadini di un paese musulmano avevano affidato la guida di un governo, aveva avuto un’ampia risonanza in ambito internazionale e aveva commosso il mondo. Benazir Bhutto, icona della paventata democrazia, stimata in occidente, due volte premier (1988-1990 e 1993-1996) e per due volte costretta a dimettersi per scandali di corruzione di cui si è sempre professata innocente, aveva condiviso con la sua famiglia tanto la discutibilità dell’azione politica quanto il tragico, comune destino. Suo padre Zulfiqar Ali Bhutto che aveva dato definitivamente forma al PPP, negli anni ’70 del secolo scorso, era stato uno dei pochi premier successivi all’indipendenza del Pakistan a non vestire la casacca militare; si era fatto promotore di importanti riforme sociali di stampo laburista ma era stato impiccato nel 1979 dall’allora dittatore Zia Ul Haq, con l’accusa pretestuosa di “tradimento della patria”. Stesso crudele destino era toccato ai due fratelli di Benazir, Shanhawaz e Murtaza, anche quest’ultimo impegnato in politica, ma entrambi misteriosamente assassinati. Dopo otto anni di esilio volontario tra Dubai e Londra, l’icona anti-islamista e filo-americana era tornata in patria il 18 ottobre dello stesso anno in vista delle elezioni di gennaio. L’esilio era stato una conseguenza delle accuse di corruzione, che interessarono anche il marito di Benazir. La reputazione di quest’ultimo, Asif Ali Zardari, definito dagli avversari politici "Mister 10%" per le tangenti che avrebbe preteso sugli appalti pubblici era stata macchiata nel periodo in cui la moglie era in carica. era finito poi in prigione perché gli era stato imputato un coinvolgimento nell’omicidio del fratello della Bhutto. Tutte accuse mai totalmente confermate e da molti attribuite a un sistema giudiziario facilmente corruttibile, tali accuse contribuirono, comunque, a una seconda destituzione della Bhutto nel 1996, la prima era avvenuta nel 1990 con la stessa imputazione. Dopo questa data e fino alla modifica della Costituzione da parte di Pervez Musharraf (2002) la Bhutto non poté ricandidarsi, essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato. Il suo ritorno in Pakistan era avvenuto sulla base di un accordo per la spartizione del potere con il generale Musharraf. Voluta e sostenuta da Stati Uniti e Gran Bretagna, che vedeva in lei un leader liberale che avrebbe potuto legittimare la guerra contro il terrorismo. Quest’intesa le aveva procurato non poche disapprovazioni, anche all'interno del suo stesso partito. Ella sarebbe scesa a compromessi con quella dittatura militare che aveva sempre combattuto.     Scampata a un primo attentato a Karachi, durante un corteo che l’accoglieva, il giorno stesso del suo rientro in patria, che costò però la vita a 138 persone e causò ben 600 feriti, l’ex primo ministro non sfuggì al secondo che la colpì mortalmente. A Rawalpindi l’urto di Benazir Bhutto contro un gancio del tetto della vettura, a seguito dell’onda d’urto provocata dall’ordigno che l’attentatore suicida aveva addosso ne avrebbero causato la morte. A due anni dalla sua morte ancora dubbi aleggiano sulla reale dinamica dell’attentato.  Appare molto probabile una complicità di strutture legate direttamente o indirettamente alla rete terroristica transnazionale di Al – Quaeda. Certe sono invece le accuse mosse prima di morire dall’ex leader del PPP al Presidente Musharraf e ai suoi collaboratori, che avrebbero contribuito a creare una situazione di incertezza intorno alla sua persona, non adottando le misure necessarie per la sua protezione (il 48% della popolazione pakistana, secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Gallup nel 2008, ritenevano le agenzie governative e i politici legati al governo responsabili dell’attentato). Certe le immediate reazioni del Presidente e dei suoi collaboratori che avevano sottolineato l’imprudenza della Bhutto, la quale era stata avvertita dei rischi sulla sua sicurezza e non aveva adottato le opportune cautele, sporgendosi invece, al termine del comizio, fuori dal veicolo blindato per rispondere ai saluti di un gruppo di sostenitori.  Sembra che Benazir, nel mese di gennaio 2008, avrebbe dovuto rivelare un dossier sul tentativo di apparati dello Stato di falsare i risultati delle elezioni, e questo getterebbe ulteriori ombre sulla sua morte.     

Tasso di inflazione annuo (prezzi al consumo), debito esterno e tasso di crescita del PIL in Pakistan (Fonte: www.indexmundi.com).

Ma al di là delle possibili supposizioni e recriminazioni del caso, senza dubbio l’assassinio di Benazir Bhutto ha rappresentato uno dei momenti più difficili della storia recente del Pakistan, rischiando di vanificare gli sforzi dei partiti democratici, sostenuti dai governi occidentali, per il passaggio dei poteri dal regime militare a una dirigenza civile, legittimata dal voto popolare. Nonostante le vicende politiche e umane che avevano visti protagonisti lei e le persone a lei più vicine si siano più volte prestate a valutazioni contrastanti, e talvolta negative, è indubbio che ella avrebbe rappresentato con il suo carisma, la sua esperienza e quindi la conoscenza dei meccanismi di potere del Pakistan la possibilità di un cambiamento per larga parte del paese. Il processo di democratizzazione, grazie anche alla “investitura”ricevuta da Washington, a seguito dell’accordo con Musharraf per la spartizione del potere, sembrava più vicino. Ella, in quanto leader del Pakistan People Party, si era fatta portavoce della lotta contro il terrorismo e, facendo leva sulla fiducia accordatele dalla popolazione, progettava di mobilitare le risorse morali necessarie a convincere i cittadini che il terrorismo andava debellato per il bene del paese e non perché lo volevano gli Stati Uniti. Le linee guida del partito presupponevano, peraltro, il supporto alla creazione di uno stato palestinese che avrebbe potuto garantire sicurezza al suo popolo; una corretta gestione dei rapporti con i paesi confinanti e una maggiore attenzione e controllo degli assetti nucleari pakistani e delle relative misure di sicurezza e trasparenza, per tutelare se stessi e gli eventuali timori a livello internazionale. La tutela dei diritti umani, quindi dei deboli e delle minoranze, l’abolizione dell’uso della tortura e un sistema di sicurezza governativo più efficiente, la riduzione del divario tra ricchi e poveri e gli incentivi al processo occupazionale, l’istruzione e la garanzia delle strutture pubbliche fondamentali, nonché un input all’iniziativa privata, alcuni dei temi propugnati in campagna elettorale. Temi che, peraltro, costituivano il risultato della sua formazione, avvenuta tra Oxford e Harvard, e del suo vissuto sempre a metà strada tra il suo paese d’origine e l’occidente.  Esperienze che avranno inevitabilmente influenzato le sue scelte politiche e, probabilmente, in qualche modo, anche il suo destino se pensiamo a quanto diverso poteva essere l’impatto della cultura occidentale che ella portava con sé rispetto alla cultura pakistana.         La scomparsa di Benazir Bhutto non portò, come alcuni osservatori avevano ventilato, l’interruzione del processo elettorale. Nonostante l’immediata tensione politica, i disordini e l’instabilità del paese, a raccogliere la sua eredità, secondo i vertici del PPP, sarebbe dovuto essere il figlio diciannovenne Bilawal assistito, in qualità di Co – Presidente, dal padre Asif Ali Zardari. A causa della sua giovane età colui che nel febbraio 2008, fu invece investito della carica di Presidente del Pakistan fu proprio Zardari, con l’oneroso compito di dare continuità e credibilità al disegno politico in cui era impegnata la Bhutto. Ma a distanza di due anni il pragmatismo e l’acume di Benazir, così come i cardini della sua campagna elettorale, non sembrano ancora realizzati. La figura del nuovo statista oltre a portare con sé le ombre del passato, la sua inesperienza, nonché la macchia che egli occupi quel posto perché a capo di una “dinastia” alla quale appartiene il partito di maggioranza e non per meriti personali, non sembra ancora pienamente riconosciuta. L’atteggiamento spesso autoritario del capo di stato per il quale il dissenso non è tollerato, il clientelismo e lo svilimento delle istituzioni sono alcune delle accuse mosse nei suoi confronti. Il dissenso nei confronti della sua politica e della gestione del partito è stata comprovata dal fatto che alcuni esponenti governativi e personaggi che avevano per il passato collaborato con Benazir si sono dimessi dai loro incarichi.  E mentre è in fase di evoluzione una società civile molto più aperta e attiva rispetto al passato e una stampa, sempre più consapevole della propria forza, il governo limita la libertà d’informazione rendendo più complesso il processo di democratizzazione.

Dati statistici:
Superficie: 796095 km2
Popolazione: 157 milioni
Tasso di disoccupazione: 16,2% per il 2010, in crescita (dal 2007 è cresciuto del 4%)
Debito pubblico: 8%. La SACE colloca il Pakistan nella categoria OCSE 7 (0 il minimo, 7 il massimo) dei paesi a rischio
La crescita: servizi, tessile, manifatturiera
Pressione inflazionistica
Popolazione sotto la linea di povertà: 25%
Tasso di penetrazione telefonia mobile: 37% della popolazione

(Fonte: www.indexmundi.com).

Quanto alla questione sicurezza, la drammaticità della situazione in Pakistan emerge dai dati forniti dal Ministero dell’Interno al Parlamento nell’aprile dello scorso anno: dal 1° gennaio 2008 al 31 marzo 2009, sono stati complessivamente registrati 1842 episodi terroristici, con un numero di vittime pari a 1394. Gli attacchi sono stati generalmente attribuiti a gruppi eversivi di matrice islamica, che negli ultimi mesi hanno esteso la loro attività dalle regioni lungo i confini dell’Afghanistan ai principali centri urbani del paese, e ai movimenti indipendentisti e autonomisti del Beluchistan, che da anni conducono un’azione di resistenza contro quegli obiettivi considerati simboli dell’oppressione. Il Beluchistan ripercorre i problemi dei disordini interni al paese. E’ la regione più estesa del Pakistan, la meno popolata e la più povera, teatro di un conflitto endemico tra le forze di sicurezza e i movimenti nazionalisti che risale al 1948, con l’annessione al Pakistan dell’ex Regno di Kalat, al quale Londra aveva concesso l’indipendenza nel 1947.            

Gli organismi militari, nel corso degli anni, sono stati spesso accusati dell’uccisione indiscriminata di civili e della scomparsa di centinaia di persone, il movimento nazionalista, dal canto suo, rivendica una maggiore autonomia e una più giusta distribuzione dei proventi delle risorse naturali (gli idrocarburi in primis), di cui sinora hanno beneficiato altre province. La popolazione locale denuncia peraltro la colonizzazione del paese e l’assegnazione degli incarichi più importanti e meglio retribuiti a cittadini provenienti da altre aree del paese. Con le elezioni del 2008 si auspicavano nuove opportunità di pace, ma le trattative con il governo di Zardari non sono giunte a buon fine. L’indisponibilità delle autorità pakistane e soprattutto di quelle militari nasce dall’importanza strategica rivestita dal Beluchistan, territorio di confine con Iran e Afghanistan, aumentata dopo la costruzione del porto di Gwadar. Finanziato da Pechino, il suddetto porto è considerato dagli ambienti governativi pakistani corridoio energetico fondamentale per il collegamento del Medio Oriente con l’Asia centrale e la Cina. Islamabad ha più volte chiesto che gli “insurgents” beluchi vengano inseriti nell’elenco dei movimenti che appoggiano il terrorismo, ma né l’Amministrazione Bush né quella di Obama hanno acconsentito.

E mentre nel marzo 2009 il presidente Obama ha sottolineato come nella lotta al terrorismo il futuro dell’Afghanistan è inestricabilmente legato a quello del Pakistan, gli esperti in materia hanno evidenziato come il movimento terroristico abbia una dimensione non solo nazionale ma addirittura a carattere regionale.

Quanto alla risposta dello Stato pakistano alla minaccia terroristica, negli ultimi anni non sembra essere stata efficace, sia per la mancanza di una chiara volontà politica che di un’adeguata azione delle forze di sicurezza.           D’altro canto la mancanza di posti di lavoro, l’inadeguatezza delle infrastrutture, la corruzione diffusa in tutti i settori dell’amministrazione pubblica hanno da sempre favorito in Pakistan la predicazione e la propaganda degli estremisti che, ancora oggi con il nuovo assetto politico, accusano lo Stato di ignorare le reali necessità della popolazione e di violare i principi morali e religiosi dell’Islam, tra cui quello della solidarietà nei confronti di chi ha bisogno.   

Alla luce delle problematiche tuttora persistenti in Pakistan, il sacrificio di Benazir Bhutto e di tutti i civili impegnati politicamente nel corso degli anni, non sembrano ancora aver determinato la volontà di una vera svolta. La volontà di risolvere questioni endemiche legate a fattori di ordine economico, religioso, sociale, culturale e politico che coinvolgono interessi di carattere non solo nazionale ma anche internazionale.

© Riproduzione riservata (1 febbraio 2010)


 


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